Oasi di salvezza

 

In quest’ottica “abbandonare il mondo” significa in realtà contribuire a salvarlo salvando se stessi, come aveva ben sottolineato Thomas Merton, che dal suo eremo nel Kentucky così scriveva a proposito dei padri del deserto: “Gli eremiti copti, che abbandonavano il mondo come se sfuggissero a un naufragio, non intendevano salvare unicamente se stessi. Sapevano di essere impotenti a fare del bene agli altri finché fossero rimasti lì a dibattersi fra i relitti. Ma una volta che fossero riusciti a mettere piede sulla terra ferma, le cose sarebbero cambiate: allora, non solo sarebbero stati in grado, ma avrebbero avuto addirittura il dovere di trascinare dietro a sé il mondo intero verso la salvezza”. E in questo, l’esempio dei primi monaci è riletto con sapienza dai loro successori del XXI secolo: “Ogni giorno – mi confidava un monaco di San Macario – leggiamo in refettorio i detti dei padri, ascoltiamo le loro parole , abitiamo i loro spazi, ne veneriamo le reliquie, ma non cerchiamo di imitarne i gesti: imitarli, infatti, sarebbe tradirli. Dobbiamo invece cercare quali gesti, qui e oggi, compiuti da noi, rendono testimonianza dell’unico Spirito che li animava e che deve animare anche noi!”. Sì, oggi non possiamo più rifare le stesse cose che facevano loro, soprattutto non ci è più dato di rinnovare quel gesto allora inaudito di rompere con la realtà circostante per fuggire nel deserto e dar vita a una realtà altra, fino a quel momento inesistente. Però possiamo, ciascuno di noi può essere altrettanto radicale nel rifiutarsi di essere preda di costrizioni esterne, nel cercare di ritrovare il proprio “io” autentico, riscoprendo quella libertà spirituale che sola può anticipare, già qui sulla terra, qualcosa del regno di Dio, della creazione e dell’umanità secondo il progetto originario di Dio.

Così, anche là dove degli antichi monasteri sono rimaste solo poche rovine, queste non sono tanto pietre da museo da raccogliere, ripulire e mettere in mostra, sono piuttosto un giardino da coltivare con amore e cura, giorno dopo giorno: il lavoro manuale, l’impegno intellettuale, la dimensione spirituale si uniscono nella custodia feconda, nel farsi carico del fratello come della terra su cui insieme viviamo. I monasteri sono allora chiamati a essere spazi vitali dove possa regnare la carità, dove fiorisca l’annuncio della buona notizia della vita più forte della morte, dove ciascuno possa scoprire, secondo le parole del Salmo, “com’è bello che i fratelli siano insieme”, dove si invera quanto affermato ancora dalla Orientale lumen: “Il monastero è il luogo profetico in cui il creato diventa lode di Dio e il precetto della carità concretamente vissuta diventa ideale di convivenza umana, e dove l’essere umano cerca Dio senza barriere e impedimenti, diventando riferimento per tutti, portandoli nel cuore e aiutandoli a cercare Dio”.

Enzo Bianchi

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Pubblicato su: Avvenire