Oasi di salvezza

Scorcio di un monastero copto
Scorcio di un monastero copto
Avvenire, 17 gennaio 2010
di ENZO BIANCHI
I monasteri sono chiamati a essere spazi vitali dove possa regnare la carità, dove fiorisca l’annuncio della buona notizia della vita più forte della morte, dove ciascuno

Avvenire, 17 gennaio 2010

“Il monachesimo non è stato visto in Oriente soltanto come una condizione a parte, propria di una categoria di cristiani ma particolarmente come punto di riferimento per tutti i battezzati, nella misura dei doni offerti a ciascuno dal Signore, proponendosi come una sintesi emblematica del cristianesimo” (OL 9). Questa profonda verità, ribadita da Giovanni Paolo II nella Orientale Lumen, è particolarmente evidente nella Chiesa copta: vi è un profondo legame tra il radicalità di esigenze cristiane perseguita nei monasteri e la vita quotidiana dei singoli battezzati, che guardano ai monaci e alle monache come a una memoria evangelica destinata alla crescita spirituale e alla fecondità dell’intera Chiesa.

Siamo allora meno sorpresi nel constatare che dei gruppi di cristiani, delle persone che siamo abituati a pensare come “in fuga dal mondo” riescono ancora oggi a rendere più abitabile il mondo che li circonda, realizzando nel deserto più arido opere di bonifica, coltivazione, irrigazione, allevamento che nemmeno i migliori piani quinquennali di sviluppo agricolo riuscirebbero a impostare. Eppure, i monaci non vanno nel deserto per compiere imprese straordinarie di questo tipo, non aspirano a ottenere premi di produttività o a ricevere riconoscimenti prestigiosi. Semplicemente, come i loro padri del IV secolo, i giovani che entrano ancora oggi numerosi nei monasteri di Wadi-el-Natrun e degli altri insediamenti storici dell’anacoretismo egiziano, cercano solo di vivere il Vangelo, incarnandolo in una storia ben precisa, trasformando le loro povere vite in segno e anticipazione di un’altra vita possibile, una vita conforme al disegno di Dio sull’umanità. Nessuna brama di stravaganza, quindi, nessuna ricerca dello straordinario. Anzi, quelli che hanno portato con sé nel deserto la ricerca mondana dello straordinario, che hanno continuato a mantenere il mondo e i suoi parametri di successo e di prestigio come implicito termine di paragone, hanno finito per uscire di senno. Perché il deserto ha questa particolarità: o lo si abita solo con l'essenziale – e allora non solo vi si sopravvive, ma si vi scopre la vita piena, abbondante, rigogliosa – oppure si finisce preda del particolare assunto a universale, della singolarità eretta a norma, dell’eccesso compresso nel quotidiano. No, i monaci copti, come i loro padri dei secoli scorsi, sono andati nel deserto per essere se stessi nella sequela del Signore, per prendere le distanze dal “cuore diviso” che tenta ogni uomo, dalla doppiezza, dall’ambiguità che abita le nostre vite e per ricercare la sancta simplicitas, che non è l’ingenuità un po’ naif, bensì l’unità e l’integrità del cuore. Non a caso il termine Scete con cui gli antichi indicavano l’insediamento monastico di Wadi el Natrun significa “bilancia del cuore”, luogo dove il cuore viene soppesato nella sua semplicità o nella sua doppiezza.


 

In quest’ottica “abbandonare il mondo” significa in realtà contribuire a salvarlo salvando se stessi, come aveva ben sottolineato Thomas Merton, che dal suo eremo nel Kentucky così scriveva a proposito dei padri del deserto: “Gli eremiti copti, che abbandonavano il mondo come se sfuggissero a un naufragio, non intendevano salvare unicamente se stessi. Sapevano di essere impotenti a fare del bene agli altri finché fossero rimasti lì a dibattersi fra i relitti. Ma una volta che fossero riusciti a mettere piede sulla terra ferma, le cose sarebbero cambiate: allora, non solo sarebbero stati in grado, ma avrebbero avuto addirittura il dovere di trascinare dietro a sé il mondo intero verso la salvezza”. E in questo, l’esempio dei primi monaci è riletto con sapienza dai loro successori del XXI secolo: “Ogni giorno – mi confidava un monaco di San Macario – leggiamo in refettorio i detti dei padri, ascoltiamo le loro parole , abitiamo i loro spazi, ne veneriamo le reliquie, ma non cerchiamo di imitarne i gesti: imitarli, infatti, sarebbe tradirli. Dobbiamo invece cercare quali gesti, qui e oggi, compiuti da noi, rendono testimonianza dell’unico Spirito che li animava e che deve animare anche noi!”. Sì, oggi non possiamo più rifare le stesse cose che facevano loro, soprattutto non ci è più dato di rinnovare quel gesto allora inaudito di rompere con la realtà circostante per fuggire nel deserto e dar vita a una realtà altra, fino a quel momento inesistente. Però possiamo, ciascuno di noi può essere altrettanto radicale nel rifiutarsi di essere preda di costrizioni esterne, nel cercare di ritrovare il proprio “io” autentico, riscoprendo quella libertà spirituale che sola può anticipare, già qui sulla terra, qualcosa del regno di Dio, della creazione e dell’umanità secondo il progetto originario di Dio.

Così, anche là dove degli antichi monasteri sono rimaste solo poche rovine, queste non sono tanto pietre da museo da raccogliere, ripulire e mettere in mostra, sono piuttosto un giardino da coltivare con amore e cura, giorno dopo giorno: il lavoro manuale, l’impegno intellettuale, la dimensione spirituale si uniscono nella custodia feconda, nel farsi carico del fratello come della terra su cui insieme viviamo. I monasteri sono allora chiamati a essere spazi vitali dove possa regnare la carità, dove fiorisca l’annuncio della buona notizia della vita più forte della morte, dove ciascuno possa scoprire, secondo le parole del Salmo, “com’è bello che i fratelli siano insieme”, dove si invera quanto affermato ancora dalla Orientale lumen: “Il monastero è il luogo profetico in cui il creato diventa lode di Dio e il precetto della carità concretamente vissuta diventa ideale di convivenza umana, e dove l’essere umano cerca Dio senza barriere e impedimenti, diventando riferimento per tutti, portandoli nel cuore e aiutandoli a cercare Dio”.

Enzo Bianchi

Pubblicato su: Avvenire