A che punto è la notte dei giovani

 

Per la chiesa poi, specie in Italia e in Europa, la questione «giovani» si fa particolarmente preoccupante. Siamo di fronte alla Prima generazione incredula - come l'ha definita Armando Matteo nella sua ottima riflessione su «il difficile rapporto tra i giovani e la fede» (Rubettino, Soveria Mannelli, pp. 110, €10) - cioè a persone per le quali «nascere e diventare cristiano» non sono più «eventi che accadono in modo sincrono», una generazione cui «nessuno ha narrato e testimoniato la forza, la bellezza, la rilevanza umana della fede».

L'analisi di Matteo - assistente ecclesiastico nazionale della Fuci e come tale in costante contatto con i giovani universitari - è lucida anche nel suo tratteggiare «quel senso di notte e quella notte di senso» che attanaglia tanti giovani. Sono interrogativi - ma anche suggerimenti, intuizioni, proposte da accogliere con gratitudine e approfondire con sapienza - che riguardano la chiesa intera e la sua presenza nella società, oggi prima ancora che domani, la sua capacità di «umanizzare», di far diventare l'essere umano più umano. Sono parole a volte sferzanti, dure da ascoltare, ma che ci risvegliano a un'urgenza a volte percepita ma raramente assunta con serietà: la consapevolezza che la fede, come la vita, la si trasmette da persona credibile a persona aperta alla possibilità di credere. Si tratta di essere coscienti non solo di avere un patrimonio da trasmettere, ma anche del dover rendere credibile e desiderabile l'eredità che si vuole lasciare a generazioni erroneamente definite «che verranno»: esse in realtà sono già in mezzo a noi e da noi attendono segni di un passato verso il quale essere grati, di presente aperto al domani, di un futuro possibile e che valga la pena di essere vissuto, a partire da qui e ora.

Enzo Bianchi 

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Pubblicato su: La Stampa