Ma l'altro figliol fu prodigo?


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E il padre allora dice: «Figlio, figlio amato, quello che è mio è tuo!». Téknon, mio caro figlio, mio caro ragazzo «ciò che è mio, è tuo», tra noi c’è comunione, tu sei sempre con me, tra noi c’è vita comune, compagnia...

Avrebbe potuto dirgli: «Tu dici di non aver mai trasgredito uno dei miei comandi, ma ora che ti invitano a entrare tu ti fai disobbediente». E invece, anche questa volta, non rimprovera ma prega, chiede soprattutto di accogliere la resurrezione di suo fratello. «Tuo fratello è risorto! Occorre far festa!».

Qui termina il racconto di Gesù, ma sulla conclusione della vicenda restano aperti interrogativi fondamentali per noi che leggiamo la parabola. È entrato il fratello a fare festa? E il padre, è entrato lasciando il figlio maggiore fuori, oppure è ancora là che lo prega affinché la festa sia completa?

Questa parabola ci aiuta davvero a chiederci: tu che chiami Dio Padre, quale immagine di Dio hai? L’immagine di un padre padrone? Di un padre giusto, dotato di giustizia retributiva? O di un padre che ama senza porre condizioni? Un padre che perdona sempre?

Gesù così ci interpella! A ciascuno di noi la risposta nel nostro cuore: una risposta che possiamo dare solo nel pentimento, tornando a Dio, nel segreto del cuore. In attesa di vedere Dio faccia a faccia, come esclamava sant’Ignazio di Antiochia avvicinandosi al martirio: «Una voce mi dice come acqua zampillante: Vieni al Padre!».

Enzo Bianchi