«Non mi sento più sicuro se alzo un muro, ma soltanto se combatto le ingiustizie»

 

Eppure, come lei stesso ricorda, la violenza e l’aggressione verbale sono un habitat quotidiano: a cominciare dalla tv tutti si sentono autorizzati e incoraggiati alla rissa, al dileggio, alla rottura delle regole. Alternative possibili secondo lei ce ne sono?

«Un’alternativa sarebbe il silenzio o, meglio, l’articolazione intelligente tra silenzio e parola: la scelta di tempi e momenti opportuni per dire una parola che abbia la possibilità di essere ascoltata. È inutile aggiungere anche il proprio urlo al vociare indistinto, “a caldo”: meglio fermarsi un attimo, pensare, lasciare che le emozioni si plachino, fare “memoria” dell’evento particolare per rileggerlo in una prospettiva più ampia, con un respiro più universale. A volte ci sono silenzi molto più eloquenti di tante urla».

Quando parla del dialogo lei afferma che il fine non è il consenso. Un’idea di comunicazione differente a quella cui siamo abituati, se pensiamo soprattutto al confronto politico. Quali elementi sono necessari per dialogare veramente?

 «Innanzitutto la consapevolezza di essere parte di un’unica umanità, la solidarietà tra esseri umani, la convinzione che perfino il mio nemico può essere il mio migliore maestro, in quanto nel dialogo, anche acceso, mi obbliga a far emergere il meglio di me stesso per sostenere il mio punto di vista e la rettitudine del mio pensare e agire. Da un dialogo autentico non si esce con il trionfo di un pensiero unico, ma con una riflessione più articolata, cosciente dei propri limiti e della propria fondatezza. E anche, con il rispetto delle idee dell’altro».

Pubblicato su: Unita