Lunga marcia verso la vita interiore

 

Il processo della conoscenza di sé consiste nella risposta a un appello che si fa sentire in noi, per esempio, quando proviamo il bisogno di trascorre un po’ di tempo da soli per riflettere e pensare, per “tirarci fuori” dal quotidiano che rischia di intontirci con la sua ripetitività o di travolgerci con i suoi ritmi esasperati. Si tratta della chiamata a compiere un cammino verso l’interiorità, un viaggio all’interno di se stessi che si svolge ponendosi domande, interrogando se stessi, riflettendo, pensando, elaborando interiormente ciò che si vive di fuori. Solo così, attraverso l’interiorizzazione, si diviene soggetti della propria vita e non ci si lascia vivere. Certo, questo cammino nella propria interiorità, questa discesa nel proprio cuore è molto faticosa e dolorosa: normalmente noi la respingiamo, ne abbiamo paura, perché temiamo ciò che di noi può emergere, ciò che di noi può esserci svelato. Nietzsche ha parlato del grande dolore di cui fa uso la verità quando vuole svelarsi all’uomo. La conoscenza di sé esige cura costante, attenzione e vigilanza interiore, quella capacità di concentrazione e di ascolto del silenzio che aiuta l’uomo a ritrovare l’essenziale grazie anche alla solitudine. Allora si perviene a habitare secum, ad abitare la propria vita interiore e si consente alla propria verità interiore di dispiegarsi in noi: è anche allora che la conoscenza di noi stessi diviene conoscenza dei limiti, delle negatività, delle lacune che fan parte di noi e che normalmente tendiamo a rimuovere pur di non doverle riconoscere.

Enzo Bianchi
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Pubblicato su: La Stampa