Perchè non possiamo non conoscere la Bibbia

1970
FRANCO GENTILINI, Crocifissione
La Stampa, 13 giugno 2010
di ENZO BIANCHI
Come immaginare l’integrazione e la convivenza di quanti provengono da mondi religiosi e culturali diversi se chi dovrebbe accoglierli non è in grado di spiegare loro i testi e i meccanismi che nel corso dei secoli hanno originato usi e costumi?

La Stampa, 13 giugno 2010

Con la fine dell’anno scolastico riprendono vigore discussioni vecchie e nuove: criteri e severità degli scrutini finali, modalità e contenuti degli esami di maturità, tagli alle risorse, ristrutturazione dei programmi, scelte degli indirizzi, calendari delle lezioni e motivazioni degli insegnanti... Ma mi pare passato abbastanza inosservato un evento che invece costituisce una novità a lungo attesa da molte parti e che potrebbe avere significative conseguenze anche sulla qualità formativa globale della scuola: la firma di un protocollo d’intesa tra il Ministero dell’Istruzione e l’associazione laica e aconfessionale Biblia per una maggior presenza della Bibbia nella scuola, con la conseguente creazione di un comitato paritetico che ne curi l’attuazione e diffonda proposte, strumenti e materiali adeguati. Nelle intenzioni dei promotori e nel dettato dell’intesa non è minimamente questione di inserire una nuova materia di studio, tanto meno di interferire con l’insegnamento religioso confessionale, bensì di creare uno spazio per la conoscenza della Bibbia all’interno delle diverse materie o nei vari percorsi interdisciplinari. In altre parole, si tratta un progetto – del quale avevamo già parlato su queste pagine tre anni or sono, quando venne lanciato l’appello ora accolto – per rendere “presente” la grande assente nella formazione culturale degli studenti italiani, progetto che aveva preso le mosse più di vent’anni fa e che da allora non ha smesso di cercare le vie migliori per tradursi in realtà operativa.

Tentativo davvero lodevole perché non possiamo dimenticare che il “grande codice dell’arte”, come l’aveva definito William Blake, divenuto “grande codice” della cultura occidentale nel famoso saggio omonimo di Northrop Frye, è stato finora trascurato nella scuola italiana. E questa lacuna continuava a privare gli studenti del nostro paese – giunti ormai a essere “la prima generazione incredula” – di una chiave di lettura e comprensione di tante espressioni artistiche e culturali presenti non solo in Italia ma nel mondo occidentale e mediterraneo. In una stagione in cui si fa tanto parlare di identità e di radici, in cui la preoccupazione prevalente sembra quella di distinguersi dagli “altri” per alimentare diffidenza se non ostilità per il “diverso”, la possibilità di rendere “leggibile” questo codice nel luogo in cui si formano i cittadini di domani appare impresa difficile sì, ma improcrastinabile. Quale identità si potrai mai custodire se se ne ignorano i principi che l’hanno determinata? E da quali radici si può essere alimentati se l’humus in cui dovrebbero affondare è divenuto sterile per un prolungato oblio dei valori vitali?


 

Con ragione si afferma da più parti che senza conoscenza letteraria della Bibbia resta preclusa la comprensione di numerose “presenze” nella vita quotidiana del nostro come di altri paesi di antica cristianità: come interpretare edifici, sculture, pitture e immagini che popolano città e campagne, come capire espressioni e proverbi del linguaggio popolare o colto, come muoversi tra calendari, celebrazioni e festività se si rimane privi dell’alfabeto che li ha generati? E come immaginare l’integrazione e la convivenza di quanti provengono da mondi religiosi e culturali diversi se chi dovrebbe accoglierli non è in grado di spiegare loro i testi e i meccanismi che nel corso dei secoli hanno originato usi e costumi? Queste sono domande tutt’altro che inutili nell’attuale contesto sociale e culturale italiano: quali episodi, quali volti, quali immagini bibliche hanno plasmato l’orizzonte simbolico e culturale di generazioni di uomini e di donne nate e cresciute in una società che non poteva non dirsi cristiana? E quali di questi racconti, di queste vicende, di questi personaggi storici o leggendari parlano ancora oggi un linguaggio universale, come lo parlano, per esempio, le figure immortali del teatro classico o la raffinata sapienza orientale?

Del resto, l’intero racconto biblico può essere letto come una grande narrazione di famiglia, in cui nessuno si sente estraneo: momenti di gioia e di dolore, guerre e violenze, speranze e affetti, terre abbandonate e terre promesse, esilii e ritorni vengono raccontati con tutti i timbri del linguaggio umano. Allora la cronaca cede il passo alla poesia, la preghiera si interseca con l’insegnamento, la favola si alterna con la profezia: così è la Bibbia perché così è la vita dell’uomo e il bambino o l’adolescente chi vi si accosta per la prima volta può imparare a conoscere il senso della realtà che lo circonda, mentre l’adulto potrà riscoprire il filo rosso che ha tenuto insieme tante esistenze. In questo senso l’intesa recentemente siglata mira a “offrire chiavi di lettura e interpretazione interdisciplinare della Bibbia” in riferimento ai numerosi ambiti che costituiscono la cultura di un popolo e una civiltà: da quello più propriamente storico a quelli “artistico, filosofico, etico, giuridico e letterario”.


 

Ambizione eccessiva? Ma accostarsi in modo laico e pluridisciplinare alla Bibbia può davvero costituire l’indispensabile approfondimento delle radici culturali e storiche che alimentano il sistema di valori in cui ciascuno crede e fornire, d’altro lato, una maggiore consapevolezza della comune lotta anti-idolatrica che ogni persona di “buona volontà” è chiamata a sostenere in nome della propria e dell’altrui libertà. Ogni giorno infatti, tutti noi, credenti e non credenti, siamo chiamati a un combattimento non per sopraffare i nostri simili ma per affrancarci da vecchie e nuove schiavitù e ribadire la grandezza, la libertà e la dignità di ogni essere umano. Perché se esiste una frontiera tra fede e non fede, tra libera adesione a una realtà altra e più grande di sé e asservimento al proprio egoismo e alla mentalità dominante, questa non segue confini di stati o di epoche, non separa confessioni religiose o correnti di pensiero, ma passa nel cuore di ogni persona, a prescindere dalla fede che professa o meno: è lì, non altrove, che il seme di senso contenuto nel “grande codice” può germogliare e produrre i frutti più diversi, a beneficio dell’intera collettività.

Enzo Bianchi

Pubblicato su: La Stampa