Quei falò che scaldano l'anima


Warning: Invalid argument supplied for foreach() in /home/monast59/public_html/templates/yoo_moustache/styles/bose-home/layouts/article.php on line 44

 

Era comunque una consuetudine buona, grazie alla quale le colline si accendevano e le fiamme si alzavano sprigionando una cascata di scintille, che si sperava non andassero a morire in qualche fienile... Io la percepivo come una festa della gratuità nel rapporto con la terra. Come i bambini a Natale per il presepe domestico e i lumi, in estate eravamo noi ragazzi un po’ più grandi i protagonisti dei preparativi per i falò: ci accordavamo sul luogo in cui farlo, sui rami secchi da portare e su come disporli, su cosa prendere con noi da casa per goderci la serata attorno al falò che, naturalmente avrebbe dovuto essere tale da suscitare l’invidia nei coetanei che avevano predisposto quelli sulle altre colline e bricchi. Non c’erano ancora i mangiadischi o altre trovate per allietare le notti di festa, ma mi sembra di rivivere ancora adesso i momenti di gioia serena nello starcene sdraiati sull’erba, accanto alla fiamma del falò, a guardare il cielo e le stelle, raccontandoci l’un l’altro ciò che ci bruciava nel cuore. Intanto si beveva e si mangiava qualcosa tirato fuori dalle preziose amburnìe, i vasi di conserve che avevamo portato da casa. In quei discorsi si parlava di ragazze, si ragionava su cosa si sarebbe voluto fare da grandi – e sovente desideri e progetti mutavano come la forma delle nuvole in cielo – ci si lamentava della famiglia, si abbozzavano previsioni per l’imminente stagione dei tartufi... Allora non parlavamo neanche di sport, salvo qualche accenno al pallone elastico, questo gioco tipicamente locale che al sabato pomeriggio e alla domenica sera riuniva la gente del paese per assistere alle partite e avere un momento per stare insieme in allegria.

Il falò continuava ad ardere e tra noi dicevamo che quando la fiamma bruciava con maggiore intensità sarebbe accaduto davvero quello che uno stava dicendo o augurandosi: auspici da quattro soldi, certo, cui non credevamo troppo neanche noi, ma che bastavano a strapparci un sorriso e a farci sperare in un domani migliore. Tiravamo tardi così, osservando il fuoco affievolirsi sempre più, fino a che, verso l’una o le due, tornavamo a casa per dormire, lasciando la brace a dialogare con le stelle.