Il figliol prodigo all'altro: "Parlami!"

Bronzo, cm 212x149x99,5 -  (particolare)  Aqui Terme, 1927
ARTURO MARTINI, Il figliol prodigo
Avvenire, 20 agosto 2010
di ENZO BIANCHI
Possiamo e dobbiamo interrogarci a partire dall’intero racconto e da quel fiato sospeso che lo conclude: chi è il figlio primogenito e chi è il minore, perduto? Chi dei due è autenticamente figlio e fratello?
Avvenire, 20 agosto 2010

Nella sua predicazione, Gesù è ricorso a racconti e narrazioni: le parabole, frutto della sua ricerca della volontà di Dio, della sua immaginazione, della sua osservazione contemplativa del cuore umano, della natura e delle storie personali e collettive. Ma tra queste, ve n’è una che appare come “incompiuta”, una parabola che sembra attendere altri eventi, quasi una parabola in atto di compiersi: è quella dei due figli, che abbiamo memorizzato come “la parabola del figliol prodigo”. Una parabola con il finale sospeso: il figlio perduto ritorna a casa, il padre lo abbraccia e gli usa piena misericordia senza chiedergli conto del male commesso, l’inizio della festa per questo figlio ritrovato... Poi ecco apparire l’altro figlio, il maggiore, rimasto sempre a casa: risentito, non vuole partecipare alla gioia del padre e del fratello. Allora il padre esce di casa anche per lui, pregandolo di entrare e unirsi alla festa... La fine del racconto tace sulla reazione del figlio maggiore: è rimasto ostinatamente fuori? Cos’è successo dopo l’avvio della festa con la musica e il pranzo preparato? Una parabola incompiuta, appunto.

Suonerebbe poco riverente verso il Vangelo osare immaginare non un’altra fine, ma un seguito che renda la parabola compiuta? Significherebbe forse indicare un esito, far accadere ciò che non è stato narrato come accaduto... Ma siccome tutte le volte che leggo questa parabola penso sempre all’esito che avrebbe potuto avere e mi ritrovo a ipotizzare sempre lo stesso finale, oso affidarlo ai lettori, certo della loro capacità di farne buon uso e di non confonderlo con il Vangelo stesso.

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