Comunità: la ricchezza del dono di sé

 

Ora, quando usiamo la parola «comune» e il sostantivo «comunità», affermiamo una realtà che è il contrario di «proprio», di «proprietà», di appartenenza individuale. Se riandiamo alle origini della questione come la si è impostata nella cultura occidentale, possiamo notare che la koinonía della cultura greca e poi del Nuovo Testamento è una realtà in cui tutto è messo in comune: tutti partecipano a una realtà che appunto è comune, e in cui ognuno è koinonós, partecipante, comunicante con altri, è parte di un tutto del quale gli altri pure sono parte, in una logica di scambio, di accoglienza reciproca, di edificazione di un progetto comune.
Ma la parola «comunità», communitas, può essere fatta risalire anche a cum-munus, nel doppio significato di «dono» e, nel contempo, di «dovere» comune: la comunità come condivisione del dono, del dovere, della responsabilità. Come ricorda Roberto Esposito, la communitas non fa accedere a una proprietà, ma anzi espropria i membri della comunità della loro proprietà più propria: essi devono uscire da se stessi, devono sentirsi mancanti, «donati a», aperti alla comunione. Nessuna appropriazione, perché prendere parte, entrare nella communitas significa condividere con gli altri, esporsi all’altro: movimento che immette in un circuito di gratuità in cui vi sono e permangono virtù della dipendenza riconosciuta e virtù di un agire razionale indipendente.

Insomma, la comunità – da quella più ristretta di una condivisione totale di vita, a quella famigliare, a quella a dimensione nazionale, fino alla grande comunità umana costituita dall’intera umanità – è l’insieme di persone unite non tanto da un possesso, da una proprietà, da un di più, ma da un di meno, da un debito che ciascuno vive verso gli altri. Ora, questo debito, che è anche sempre un dono, non è un debito di qualcosa innanzitutto, bensì un debito che comporta un dare se stessi. Se si vuole comprendere in profondità che cos’è e come si origina una comunità, occorre essere consapevoli che in primo luogo occorre dare la propria presenza agli altri, fino a dare loro la propria vita. Detto altrimenti: se una comunità non vuole incorrere in derive patologiche – alle quali è esposta, essendo un corpo vivente, come ogni corpo individuale – deve porre come suo principio fondamentale un movimento in cui ciascuno si dispone a donare all’altro la propria presenza. Ci sono due affermazioni del Nuovo Testamento illuminanti in proposito: “Non abbiate alcun debito verso nessuno, se non quello dell’amore reciproco” (Rm 13,8) e “Non c’è amore più grande che dare la propria vita per quelli che si amano” (Gv 15,13).

Pubblicato su: Avvenire