Comunità: la ricchezza del dono di sé

 

Per entrare nella communitas occorre sentire la propria presenza tra gli altri come un debito e un dono nello stesso tempo. Io sono nella comunità per l’altro, soprattutto la mia presenza, l’essere là concretamente è per l’altro, per gli altri. La domanda posta come essenziale sull’architrave della porta della comunità è sempre quella che troviamo nelle prime pagine del «grande codice» della Bibbia, là dove si dice che l’umanità ha avuto inizio attraverso legami e relazioni, all’interno dei quali vi è anche la possibilità dell’omicidio del fratello. Dopo che Caino ha ucciso Abele, si sente chiedere da Dio: «Dov’è tuo fratello?» (Gen 4,9). Questa domanda interroga ciascuno di noi sulla sua capacità di essere custode, responsabile dell’altro. Ovvero, ogni uomo deve sempre sapere dove si trova l’altro, deve sapere dove egli si colloca rispetto all’altro, se in un rapporto di vicinanza oppure di estraneità. Chiedere: «Dov’è tuo fratello?», equivale a chiedere: «Tu hai il volto rivolto verso di lui, per sapere dove sta? Tu guardi l’altro?».

Ecco uno dei punti cruciali per capire da dove può nascere la comunità: essa nasce da questa responsabilità dell’altro. L’altro è altro e tale deve rimanere, l’altro è unico, tra io e tu c’è un’irrimediabile distanza; nel contempo, però, io e l’altro, io e tu siamo chiamati alla relazione, al dialogo, all’accoglienza reciproca, e questo richiede una grande responsabilità dell’uno verso l’altro: di fronte all’altro devo deporre la sovranità del mio io per poterlo incontrare e con lui poter dire «noi». L’altro con la sua alterità crea in me un timore, la relazione con lui è sempre un rischio e la sua presenza si impone accanto a me. Ma io posso incontrarlo o rifiutarlo, posso avvicinarlo o escluderlo: se lo avvicino gli riconosco la vita, se lo escludo è come se lo dichiarassi morto.

È in questo senso che va compresa l’importanza, per la dinamica di qualunque tipo di comunità, del donare la propria presenza. Dalla mancanza di presenza nascono invece le patologie di ogni forma di vita comunitaria, a partire da quella famigliare: dove viene meno la disponibilità a dare la propria presenza, la dinamica comunitaria è incapace di fecondità, resta sterile e debole. All’interno di questo dare la propria presenza sta il dare ascolto all’altro. Dare ascolto è più pregnante del semplice ascoltare, è fare dono all’altro dell’accoglienza decisiva: lascio che l’altro sia accanto a me, di fronte a me, lascio che lui/lei mi parli attraverso tutta la sua persona. Questo essere presente all’altro è inoltre sempre anche dono del tempo: attendere l’altro, «sacrificare», «fare sacrificio» del proprio tempo, il che in ultima analisi significa fare sacrificio della propria vita.

Pubblicato su: Avvenire