Comunità: la ricchezza del dono di sé

 

Questa responsabilità, questa apertura all’altro che accende la fraternità è necessaria perché l’altro ci impone di avere cura di lui in virtù della sua presenza, del suo volto che è segnato dalla morte come il nostro. L’altro che mi sta di fronte ha questa comunione radicale, originaria con me: siamo esseri umani, provvisori, mortali, siamo piccola cosa, ma proprio per questo abbiamo bisogno gli uni degli altri, abbiamo bisogno di senso, di quel senso minacciato dalla morte. E solo la relazione, la comunione, la fraternità, l’amore possono lottare contro la morte e dare senso a ciascuno di noi… Fjodor Dostoevskij ha avuto il coraggio di scrivere: «Ognuno di noi è responsabile di tutto e di tutti davanti a tutti, e io sono più responsabile degli altri». Ecco la vera via dell’umanizzazione, quella «responsabilità» per l’altro – ci ha insegnato Emmanuel Lévinas – che è «la struttura essenziale, primaria e fondamentale della soggettività». Io sono in quanto sono per gli altri ed «essere» ed «essere per gli altri» sono in pratica sinonimi. Io non esisto senza un tu, un voi: sono un volto e un nome, sono ciò che l’altro vede e chiama.

Ciò che è più mio è detto dall’altro, riconosciuto dall’altro, sicché io ho bisogno dell’altro per vivere: mai senza l’altro! Ecco dove nasce la communitas: «io ho bisogno di te», e quando dico di non avere bisogno dell’altro lo uccido e, nello stesso tempo, uccido la communitas. Servendoci del linguaggio neotestamentario, potremmo fare nostre le parole usate dall’Apostolo nella Prima lettera ai Corinti, quando egli afferma che nessun membro del corpo comunitario può dire di non avere bisogno di un altro membro (cf. 1Cor 12,21): ciò equivarrebbe a sancire la propria non appartenenza al corpo; anzi, sarebbe la negazione del corpo vivo, di ciò che si è. E Giovanni si spingerà addirittura fino a dichiarare che chi non ama il proprio fratello è un omicida (cf. 1Gv 3,15).

Nell’attuale contesto culturale, in cui si è perso il senso fisico della prossimità, a maggior ragione va smarrendosi anche la prossimità intesa come responsabilità, come responsabilità fino all’estremo, come «responsabilità della responsabilità altrui». Oggi all’interno della cultura dominante si assiste invece al culto dell’io autarchico, vige una vera e propria egolatria, in cui tutti i desideri individuali diventano bisogni da soddisfare immediatamente, a ogni costo. In questa situazione si finisce per negare ogni convergenza sociale, si è incapaci di elaborare un progetto politico finalizzato al bene comune: vige la legge dell’«ognuno i propri interessi». Dopo la fine di quelle ideologie che portavano con sé un carico di morte e di negazione di libertà, per la quale abbiamo giustamente esultato, che cosa abbiamo costruito? Non tanto e non solo la «società liquida» così ben descritta da Bauman, ma una società segnata da concorrenza, da disgregazione, da opposizione, nella quale non siamo nemmeno più capaci di parlarci senza ricorrere ai toni della barbarie…

Allora il cammino della comunità, così controcorrente rispetto alla cultura dominante, è sì un cammino cristiano – e monastico, come ci ricordano i fratelli di Tibhirine – ma in radice è un cammino al quale sono chiamati tutti gli uomini: l’umanità infatti è una, e ogni essere umano o si colloca in una comunità, in relazione con altri, e allora si “umanizza”, oppure sperimenta quel cammino individualistico che ha come unico esito possibile la barbarie. Né si dimentichi che l’orizzonte della communitas è sempre aperto al futuro: ogni essere umano prima o poi se ne va, ma dopo di lui restano i figli, resta quella comunità costituita dalle nuove generazioni. Ecco perché pensare e costruire la comunità significa lavorare per la qualità della vita di chi verrà dopo di noi. E un giovane che comprende il suo essere debitore verso chi lo ha preceduto, sente a sua volta di avere una responsabilità nei confronti degli altri e del futuro collettivo della società e dell’umanità intera. Questa è una via attraverso cui è possibile scoprire e assumere l’etica, che è sempre un costruire insieme la communitas, in modo da vivere con gli altri nel rispetto, nella giustizia, nella collaborazione, nella solidarietà; in modo da godere insieme della pace e della vita piena, fino a poter sperare insieme.

Enzo Bianchi

Pubblicato su: Avvenire