Con i perseguitati non contro i persecutori

 

C’è infine un ulteriore elemento che dovrebbe interpellare i cristiani dei paesi dove si può serenamente professare il proprio credo: per gli avversari della fede cristiana – che sono alcuni estremisti e non l’insieme dei credenti musulmani – non vi è differenza tra siro-cattolici o copti ortodossi, tra protestanti americani o cattolici europei... per loro è chiara l’appartenenza a un’unica comunità religiosa, nella quale spariscono la differenze confessionali. È quanto i cristiani hanno già sperimentato in altre situazioni di oppressione e persecuzione: dai gulag sovietici ai lager nazisti, la sofferenza e il martirio subiti in nome di Cristo hanno portato a superare barriere che le rispettive istituzioni ecclesiali e le secolari divergenze teologiche avevano eretto. Quando i cristiani sono ricondotti al “caso serio” della loro fede – il testimoniare fino al dono della vita che si ha una ragione per vivere tanto forte da diventare anche ragione per morire – dimenticano quanto li divide e li contrappone e riscoprono l’essenziale che li unisce: il loro credere nella morte e resurrezione del loro Signore, il giusto che in un mondo ingiusto ha pagato con la vita la sua passione per la fraternità umana.

Questo non significa affatto augurarsi la persecuzione né compiacersi di essa, ma capire dall’interno il tormento che affligge tanti fratelli e sorelle nella fede e, nel contempo, rendersi conto di come chi è perseguitato sappia trovare in sé e nella comunità energie spirituali inimmaginabili in altre situazioni. Un aiuto alla loro drammatica situazione non verrà allora dal nostro accanirci verbalmente contro un nemico collettivo, ma dal condividere il loro sforzo ostinato e quotidiano di riconciliazione, il loro rifiuto a rispondere alla violenza con la violenza, la loro faticosa ricerca di una rinnovata capacità di perdono, anche per i persecutori. Un aiuto verrà se sapremo costantemente ricordare l’esistenza di questi cristiani e il loro ruolo di minoranze attive e feconde, se sapremo far sì che i nostri governi uniscano alle febbrile relazioni commerciali la risoluta richiesta ai loro interlocutori istituzionali del rispetto dei diritti e la fine di ogni discriminazione religiosa.

Come diceva ancora il priore di Tibhirine a proposito dell’Algeria e dell’islam che apparivano preda dell’integralismo estremista, “per me sono un’altra cosa: sono un’anima e un corpo”. Forse il doloroso restare là dove si è sempre vissuta la propria fede significa anche credere e testimoniare che anche la comunità religiosa del tuo vicino e diverso sono “un corpo e un’anima” da conoscere e amare.

Enzo Bianchi

Pubblicato su: La Stampa