Contro le barbarie, ridare un volto all'umano


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Avvenire, 14 aprile 2006

“Come molti si stupirono di lui - tanto era sfigurato per essere d’uomo il suo aspetto e diversa la sua forma da quella dei figli dell’uomo - così si meraviglieranno di lui molte genti ... Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per provare in lui diletto. Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia, era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima. Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato. Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti” (Isaia 52,14-53,5). È questo il mistero sconvolgente che la chiesa ci invita a meditare ogni venerdì santo: il mistero di un uomo sfigurato, disumanizzato dalla sofferenza, un giusto condannato come maledetto da Dio e dagli uomini, un servo che si carica del peso delle iniquità umane.

Ed è un mistero che non riguarda solo i cristiani: nell’uomo Gesù è l’umanità intera a essere sfigurata, e ciascuno di fronte a quel volto sofferente può e deve chiedersi che ne ha fatto della propria e dell’altrui umanità. Che ne abbiamo fatto del volto del fratello, come abbiamo ridotto e sfigurato quell’immagine divina deposta in ogni essere umano, fino a che punto ci siamo imbarbariti nel nostro pensare e nel nostro agire? Sì, perché l’antica e forse semplicistica spiegazione che ci veniva dal catechismo - “Gesù ha sofferto perché noi abbiamo peccato” - contiene una verità profonda: è l’Uomo, l’essere umano a patire e soffrire il male che gli umani compiono; è la nostra barbarie a vituperare, denigrare, sfigurare la dignità dell’Uomo - “Ecce homo” ha esclamato Pilato prima di consegnare Gesù alla folla – a rendere insopportabile il volto dell’altro. Quando ci rifiutiamo di vedere l’altro che soffre, quando misuriamo il nostro agire sul tornaconto personale, quando neghiamo al nostro simile la sua qualità di essere umano, quando calpestiamo la sua dignità, quando lo irridiamo con il nostro comportamento sprezzante, noi ci collochiamo tra quanti hanno crocifisso quel rabbi di Nazareth che era passato in mezzo agli umani compiendo il bene.

Meditare sul mistero del venerdì santo significa allora ripensare alla verità che in un mondo ingiusto il giusto può solo finire messo a morte, significa ricomprendere come l’affermazione quotidiana della vita più forte della morte passa attraverso un’intera esistenza attenta, responsabile, solidale con la vita dell’altro. Il dono più grande che il Figlio dell’Uomo, Figlio del Dio “filantropo”, amante degli uomini, fa ai suoi amici è proprio il dono della vita fino all’ultimo respiro, fino a quel soffio vitale che esce dalla bocca del Crocifisso per salire al Padre nel pieno abbandono e per discendere sui discepoli rimasti accanto al loro Maestro che muore segnato dalla maledizione. Ma, come promette il Signore al suo servo ancora per bocca del profeta Isaia: “Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce e si sazierà della sua conoscenza; il giusto mio servo giustificherà molti”.

Enzo Bianchi