Cristiani e no: mai gli uni senza gli altri


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La Stampa, 22 gennaio 2006

Quella sfida nutrita di spirito di inimicizia che temevamo tra cattolici e laici nel nostro paese sembra ormai essere diventata una realtà, sicché per molti aspetti quello scontro di civiltà che si cerca di scongiurare a livello planetario pare invece consumarsi all’interno stesso delle culture occidentali con i connotati di uno scontro tra etica religiosa ed etiche presenti in modo plurimo nelle odierne società.

Ormai occorre riconoscerlo: abbiamo da un lato una chiesa quasi quotidianamente sotto accusa nei media da parte di un rigurgito di laicismo e di anticlericalismo e d’altro lato, in modo simmetrico, la ripresa di un atteggiamento antagonistico della chiesa verso la società e la modernità, con un susseguirsi martellante di accuse. C’è il rischio di aprire la strada a una chiesa che si sente assediata e, quindi, costretta a esprimersi in modo difensivo, apologetico: una chiesa non più capace di sostenere nel pacifico confronto la sua collocazione nella compagnia degli uomini.

Se in Europa, soprattutto in Francia, è il cristianesimo a essere sovente sotto accusa, in Italia invece è per ora la chiesa. La polemica si è accresciuta notevolmente nell’ultimo anno, ma la storia ci insegna che facilmente l’anticlericalismo finisce anche per delinearsi come avversione e ostilità al cristianesimo stesso, soprattutto là dove quest’ultimo si presenta sotto una sola forma confessionale, privo di fatto del confronto con altre forme di cristianesimo. Che questo sia un reale pericolo lo hanno evidenziato recentemente sia De Rosa su la Civiltà cattolica che Campanini su Avvenire. Entrambi, di fronte alla rinascita dell’anticlericalismo e al disagio di molti per una chiesa di nuovo troppo presenzialista nella società italiana con il suo privilegiare tematiche e linguaggi di scontro, chiedono ai cattolici di riflettere se l’anticlericalismo non si nutra di clericalismo e di riconoscere il rischio di trovarsi ben presto in gravi difficoltà nel dialogo e nel confronto con i non cristiani che abitano la nostra polis: ne patirebbe la stessa evangelizzazione.

Va riconosciuto che il dialogo non è favorito dalle difficoltà che i cristiani incontrano nel presentare le loro “ragioni”, soprattutto in campo etico. Viviamo in una società che si nutre di un nuovo ordine libertario, peraltro pieno di contraddizioni soprattutto nel definire la propria etica: ciascuno è invitato a vivere secondo il proprio desiderio, e ogni desiderio, se le risorse tecniche e scientifiche lo consentono, va realizzato; poi però si condannano gli esiti estremi di alcuni di questi desideri e si resta sconcertati di fronte agli abusi sui minori o agli stupri individuali o di gruppo. Così, si chiede una doverosa custodia della terra e delle sue risorse, a volte in nome di un ecologismo militante, ma non sempre la stessa convinzione e risolutezza è spesa in favore della custodia della vita umana.

Sì, il discorso libertario permea la società e assume i tratti di un nuovo conformismo e i cristiani restano critici di fronte a questa come ad altre forme di alienazione: una libertà che non conosce limiti finisce per attuare lo sfruttamento dell’altro, la sua cosificazione. Ma questo è l’inferno, non un’assunzione di libertà! Purtroppo, in questa loro fermezza critica, i cristiani non sempre riescono a farsi ascoltare e capire: appaiono dogmatici, fondamentalisti e non solo a causa dell’incapacità di ascolto dei loro interlocutori. È questione, infatti, di un linguaggio che sia capace di manifestare come il cristianesimo sia, in campo morale, un umanesimo, come l’etica cristiana sia un servizio alla libertà, alla dignità dell’uomo e alla qualità della vita nella società, come sia la ragione umana a essere sempre esercitata nell’elaborazione di un ethos per l’oggi.

I cristiani sono convinti che, per vivere insieme, gli abitanti della polis, i “cittadini” devono elaborare un ethos comune, mai dissociando natura, humanitas e ragione; i cristiani pensano che ci deve essere una norma che fonda i diritti che competono a qualsiasi uomo di fronte a qualsiasi legge, pensano che in ogni essere umano, cristiano o no, c’è una legge, un ethos non rivelato, non scritto, non codificato, ma veramente presente ed eloquente. Se così non fosse, in cosa consisterebbe l’universalità dell’umano, che cosa accomunerebbe gli uomini di tutti i tempi e di tutte le culture, quale identità avrebbe “l’umano”? La chiesa mostri di essere un presidio di autentico umanesimo: fuori di essa non c’è solo barbarie e vuoto di principi.

Nell’affermare queste convinzioni non c’è nessun integralismo o fondamentalismo, ma è innegabile che i cristiani oggi non sempre sanno farsi capire. In questo senso mi paiono emergere alcune urgenze e preoccupazioni. Innanzitutto i cristiani devono sempre far trasparire la loro accettazione della laicità, devono mostrare di accettare la società nella sua realtà plurale in cui diverse sono le fedi, diverse le culture e diverse le etiche. La laicità è il nome plurale della libertà, perché permette di vivere insieme, ma laicità significa anche autonomia del potere politico da ogni religione che quindi non può pretendere né di appropriarsi di quel potere, né di esercitare una reggenza nei suoi confronti, né di accostarvisi in modo parallelo come potere alternativo. Il potere politico ha la sua legittimità solo nel popolo, a prescindere da qualsiasi riferimento alla religione, e le leggi, con tutti i loro limiti, non devono mai essere dettate dalla religione: che è peccato e può essere diverso da ciò che è reato. Non si dimentichi che per Gesù è peccato anche “guardare con concupiscenza del cuore una donna”, ma questo in una società democratica non potrà mai diventare reato perseguibile dalla legge! Laicità significa dunque che i cristiani nel pluralismo attuale della società accettano il confronto con gli altri abitanti della polis e, qualora anche non condividano gli esiti dei processi legislativi democratici, li rispettano senza mai demonizzare i fautori di tali esiti.

Ma oltre al riconoscimento della laicità, i cristiani nel far sentire la loro voce e nel fornire il loro contributo all’edificazione della polis non devono dimenticare che lo “stile” dei loro interventi non è solo importante, ma decisivo. Se prevale l’antagonismo, l’accusa dell’avversario che sconfina nel disprezzo, se il linguaggio è astioso e avversativo, allora l’intervento finirà per apparire prevaricazione e chi dissente assumerà i tratti del nemico. Sì, su questo punto mi sembra che negli ultimi decenni i cristiani abbiano sovente offeso quella “forma” che è essenziale per la comunicazione del messaggio: la “buona notizia” se veicolata da una cattiva comunicazione, diventa cattiva notizia! E fa parte dello “stile” anche la scelta degli interlocutori, le diverse alleanza che i cristiani paiono voler stringere: privilegiare interlocutori che hanno propensione per l’adulazione o accondiscendere a frequentare botteghe in cui le relazioni sono strumentalizzate dalla politica e dal potere, significa di fatto lanciare un ulteriore messaggio. Mi chiedo sovente se questo comportamento sia frutto di ingenuità oppure di calcolo di tattiche vincenti a breve termine ma incuranti dello spirito del vangelo.

Sì, oggi ai cristiani è chiesto quell’atteggiamento positivo, rappacificato descritto nella lettera “A Diogneto” nel II secolo: non rinneghino nulla del vangelo, ma restino in mezzo agli altri uomini con simpatia, senza separarsi da loro, solidali, tesi a costruire una città più umana. Cristiani che sappiano vivere come amici di tutti gli uomini, senza cadere preda dell’angoscia o della paura di essere minoranza, vero sale e lievito nella pasta del mondo: così, di fronte a chi cristiano non è, entrambi potranno esclamare “mai l’uno senza l’altro”.

Enzo Bianchi