Pasqua: bisogna credere l'incredibile

SILVIO CONSADORI, Emmaus
SILVIO CONSADORI, Emmaus
La Stampa, 24 aprile 2011
di ENZO BIANCHI
Paradosso, certo, la risurrezione. Ma, proprio per questo, può essere narrato in modo credibile solo da altri paradossi

La Stampa, 24 aprile 2011

 Oggi i cristiani di tutte le confessioni celebrano il mistero fondante la loro fede: la risurrezione di Gesù Cristo dai morti. Per una rara coincidenza di calendario lo celebrano nello stesso giorno, ma non “insieme”, perché lo scandalo della divisione tra i cristiani continua a offuscare la luminosità della loro testimonianza. Ma questa celebrazione concomitante dà comunque maggior visibilità al segno di speranza che essa rappresenta soprattutto per i cristiani più provati nel vivere la loro fede:, è balsamo per le loro sofferenze. Pensiamo alle minuscole comunità cristiane in Libia, all’esigua minoranza pakistana ferita dall’assassinio del ministro cattolico che la difendeva, alle ostilità che patiscono molte comunità in Cina e in Vietnam, alle violenze sociali che non risparmiano i cristiani in Costa d’Avorio e in Nigeria, o ancora ai discepoli di Cristo in Iraq, minacciati e tentati all’esilio, o a quei pochi presenti in Giappone, accanto ai loro concittadini provati dalla morte e dalla distruzione. Ma ci sono anche comunità che oggi trovano nella Pasqua il fondamento di fede alla loro attesa di riscatto umano e sociale, come i cristiani del Sud-Sudan che affrontano l’inedita sfida di costruire da zero uno stato dopo decenni di guerra.

Proprio la gioia genuina di quei cristiani che vivono nella prova la loro fede ci aiuta a comprendere come Pasqua resti una celebrazione difficile da assumere come “festa” da chi cristiano non è: con i suoi tragici eventi di passione e di morte, questa memoria è aliena agli schemi mentali più consolidati. Eppure questa è la festa propria della fede cristiana e se questa risurrezione di Cristo non fosse realtà – ricorda san Paolo – allora la fede sarebbe “vana”, vuota, incapace di dare consistenza alla vita del credente. Davvero i cristiani si sentirebbero come i più miserabili di tutta l’umanità, degli autoillusi da compiangersi… Sì, perché al cuore della fede cristiana vi è questo credere a un “incredibile”: come credere che quel cadavere è risorto? E che quella risurrezione di Gesù di Nazaret possa manifestare i suoi effetti vivificanti su altri esseri umani e ancora oggi? I Vangeli, ben consapevoli di questa difficoltà, testimoniano concordemente la fatica di quanti avevano seguito Gesù sulle strade di Galilea e di Giudea, fino a Gerusalemme, a pervenire alla fede nella risurrezione. Scandalosa era già la morte violenta, ignominiosa di un Messia, ma ancor più scandalosa è la risurrezione del Messia morto in croce. Non solo, ma questo paradosso della fede cristiana suona ancor più incomprensibile per il fatto che la fede nella risurrezione è altra cosa dalla convinzione dell’immortalità. Credere alla risurrezione, infatti, implica il credere alla morte, il prendere sul serio la concretezza del cadavere di Gesù deposto nel sepolcro, ma anche l’assumere la propria morte, la morte di ciascuno e leggerla non come ultima, bensì come penultima parola su cui si erge vittorioso l’amore, cioè il Cristo risorto.

Pubblicato su: La Stampa