Patti chiari convivenza lunga


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La Stampa, 18 giugno 2006

In questi giorni i capi di governo dei paesi dell’Unione europea si sono incontrati per rilanciare il processo della Costituzione, che finora non ha saputo saldare lo slancio ideale dei padri dell’Europa e il successivo progredire degli accordi economici con il sentire dei popoli che la compongono: la ricerca di equilibri precari negli ambiti istituzionali ha finito per oscurare la forte valenza del patrimonio di tradizioni che accomuna i cittadini europei. Dal canto loro, tra pochi giorni gli italiani saranno chiamati a esprimersi a favore o contro un radicale mutamento della Costituzione repubblicana, nata dalla paziente e saggia convergenza di intenti delle tre principali correnti di pensiero e di azione che avevano contrastato il fascismo: quella cattolica popolare, quella laica e liberale, e quella social-comunista.

L’intersecarsi temporale di questi due processi costituzionali può essere colto come segno di una stagione in cui la società europea – e, al suo interno, quella italiana – è chiamata a ripensarsi a partire dai propri elementi fondanti, dal patrimonio storico di pensiero e di cultura che la abita fin dal suo primitivo definirsi all’epoca della Grecia classica, quando cominciò a caratterizzarsi come spazio di libertà e democrazia in contrapposizione con il dispotismo più o meno illuminato proprio degli imperi orientali, in particolare di quello persiano. De-finirsi, infatti, significa riconoscere una propria identità a partire da alcuni fines, da limiti, confini e frontiere che, nel momento stesso in cui stabiliscono un “di qui” e un “di là”, pongono in confronto dialettico i due “mondi” così delimitati. La storia del continente europeo è stata anche storia travagliata e sovente tragica di confini e barriere, di migrazioni e invasioni, di fiumi e di ponti, di muri e di brecce. In particolare il XX secolo ha visto dapprima alcuni confini nazionali insanguinati da guerre di trincea e altri creati con la barbarie dei genocidi, in seguito ha assistito all’annullamento di ogni limite posto alla brutalità umana nel non-luogo dei campi di sterminio, cui ha fatto seguito il risorgere di una nuova, più consistente cortina ideologica, un muro di separazione tra chi separato non lo era mai stato, infine le “frontiere”, gli sbarramenti sono divenuti eminentemente economici, hanno assunto il termine neutrale di “parametri”, seppur nobilitati dal rimando ad alcune esigenze umanitarie, quali il rispetto dei diritti umani e il rifiuto della pena di morte, per esempio, ma non il disarmo nucleare.

Questa mobilità interna dei confini, l’Europa l’ha vissuta nel pieno di un processo di “restringimento” in corso da qualche secolo: infatti, come ha osservato Edgar Morin, “l’Europa si è ristretta: essa è ormai solo un frammento di occidente, mentre fino a quattro secoli fa era l’occidente a essere un frammento dell’Europa”. Ebbene, questo frammento così consistente dell’occidente come si riconosce oggi? Su quale basi stabilisce chi ne è parte e chi ne è invece escluso? Che terreno comune, che lingua franca hanno oggi gli europei? Le metafore del “terreno” e della “lingua” mi paiono pertinenti perché ci obbligano a ricercare questa comunanza di terreno e questa “franchezza” di lingua altrove che nel significato letterale e a scovarla a livello di humus e di radici culturali e religiose, per il “terreno”, e di libertà di parola e di espressione per la “lingua”.

Ora, questa ricerca di un comune sentire, già non facile di suo, è messa oggi ulteriormente alla prova dal sempre più ampio, ricco e complesso meticciato che caratterizza il continente europeo: ma è una sfida che, affrontata con serietà, può essere foriera di frutti preziosi. Pierre Morel, ambasciatore di Francia presso la santa Sede, aprendo un interessante simposio su “L’Europa e il fatto religioso” tenutosi a Roma nel 2002, ha affermato che “la diversità delle credenze e delle appartenenze – che per molti aspetti è il tratto distintivo dell’Europa, come ne è esempio tra i più appariscenti la dimensione religiosa – va al di là dello spirito di tolleranza e si presenta come un’interazione di confessioni e tradizioni, inclusa quella a-confessionale; questa interazione, progressivamente assunta e organizzata, deve oggi tenere conto di nuove dimensioni: creazione di nuove istituzioni comuni, fine della divisione ideologica del continente, crescita dell’immigrazione, traffico di esseri umani, miserie urbane, offese all’ambiente, minacce terroristiche, sviluppo di un’etica della ricerca scientifica...”.

Si tratta allora di dare un nuovo ordine a questo interagire di tradizioni e convincimenti, di creare un’armonia delle differenze che sarà tanto più ricca e feconda, quanto più capace di attingere alle rispettive identità per condividerne i principî. In un sano incontro di culture e religioni, nello spazio di libertà e giustizia garantito da uno stato laico, nessuno è chiamato a dover rinunciare ai propri valori “non negoziabili”, né a mercanteggiarli per un piatto più o meno cospicuo di lenticchie; ma a tutti sarà chiesto di ascoltare l’altro, di capirne i moti del cuore e le riflessioni del pensiero, di ricercare insieme non un minimo comune denominatore – che inevitabilmente verrebbe percepito da tutti e da ciascuno come risultato di poco conto, per il quale non vale la pena impegnarsi – bensì il massimo bene comune possibile.

In questo difficile e affascinante dialogo democratico non serve a nulla contrapporre le une contro le altre verità inconciliabili, magari appellandosi a vere o presunte primogeniture nel retto pensare e agire; è invece estremamente utile saper discernere tra la genesi storica di un “valore” e la sua identificazione attuale: perciò è sì importante non dimenticare grazie a quali radici un principio etico si è affermato in una determinata società, ma è ancora più importante far in modo che, interagendo con altre visioni religiose o filosofiche o etiche dell’uomo e del mondo, esso continui a dispiegare i suoi benefici effetti in una convivenza civile divenuta multireligiosa e multietnica. Pensiamo al rispetto assoluto per la vita dell’uomo, alla difesa della sua dignità, alla tolleranza, alla giustizia e alla pace: non vi è vantaggio alcuno nel ribadire a ogni istante quale tradizione religiosa o culturale ha saputo per prima formularle concettualmente e poi inverarle nel vissuto quotidiano; l’importante, anzi l’essenziale, è che ancora oggi e poi domani esse si traducano in prassi esistenziale condivisa da tutti, al di là e al di qua di qualsiasi frontiera.

Sì, abbiamo bisogno di patti di convivenza che traducano giorno dopo giorno questi principî nei diversi, mutevoli e contraddittori contesti che la nostra società oggi conosce. E’ questa la “lingua franca”, libera e comprensibile da tutti, di cui c’è impellente bisogno: un’opera in continuo divenire, che richiede il contributo delle menti più lucide e dei cuori più caldi perché, come ricordava Paul Ricoeur, “l’Europa è ormai una traduzione ininterrotta” e spetta a ogni cittadino europeo, credente o non credente, far sì che questa traduzione sia una trasmissione, e non un tradimento, dei principî fondamentali della nostra convivenza civile.

Enzo Bianchi