Resta in ascolto, è il silenzio che ti parla


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La Stampa, 19 febbraio 2006

Viviamo in un’atmosfera di rumore assordante, non solo esteriore, ma anche interiore, i cui effetti ricadono su tutta la nostra vita, sempre più vuota, superficiale, impermeabile a ciò che richiede un ascolto e un’attenzione vigilante. Siamo saturi di informazioni come di pubblicità, eccitati da impressioni molteplici ed eterogenee, e così ci sembra che l’unica difesa sia diventare a poco a poco indifferenti quasi a tutto, se non cinici. Parole, suoni, rumori, immagini vogliono calamitare la nostra attenzione e cercano l’emozione, la novità, il sensazionale, la sorpresa. Viviamo sovrastimolati, con tanti “fornitori di contenuti” che si preoccupano dell’audience, mentre “l’ascolto” è atteggiamento sempre più raro. E il silenzio, che all’ascolto è indispensabile, ci inquieta perché è percepito come una forma di passività, una patologia, una zona della nostra esistenza spiacevole ed estranea, nella quale ci capita magari di finire, ma dalla quale vogliamo uscire al più presto, come dal buio, dal vuoto, dal nulla.

Poi accade che dei media potenzialmente e abitualmente “rumorosi” - il cinema e la televisione – presentino due documentari che narrano il silenzio, ed ecco l’inatteso: migliaia di spettatori, stupiti, seguono per 160 minuti le scene girate durante sei mesi dal regista tedesco Philip Groning alla Grande Chartreuse di Grenoble, con solo due brevissimi dialoghi, l’ultimo dei quali sigilla la pellicola con un anziano monaco cieco che esclama: “Sì, siamo felici”; analogo successo di spettatori lo ottiene la BBC con una serie dal titolo “The Monastery”, trasmessa in prima serata, girata nell’abazia benedettina di Worth: nessun reality show, semplicemente la vita fatta di preghiera, lavoro, pasti, letture di un ventina di monaci avvolti in un clima di silenzio e quiete.

Cosa c’è dietro questi sorprendenti successi mediatici? Curiosità per una vita altra? Fascino dell’esoterico per un occidente secolarizzato? Bisogno di indagare su una vita di cui ormai si conosce a malapena l’esistenza? Sì, ci possono essere queste e altre ragioni, ma forse la principale è proprio l’abilità dei registi nell’aver saputo ascoltare, rappresentare, far percepire il silenzio, il grande assente nella nostra vita quotidiana: “l’uomo è diventato un appendice del rumore”, osserva Picard, e di fatto la nostra parola è agonizzante per mancanza di silenzio.

Già Pascal aveva intuito che la più grande disgrazia per gli uomini deriva dal loro non saper stare in silenzio e in solitudine per un’ora: il silenzio, infatti, è il principio da cui è generata la parola, ciò che le conferisce forza e autorevolezza. Eppure oggi questa esigenza antropologica è offesa e contraddetta più che mai, si ha paura del silenzio: in casa e in auto si tende a evacuarlo con radio, televisione o stereo accesi, in aeroporti, stazioni e negozi lo si allontana con un’onnipresente musica di sottofondo. Così, perfino l’ascolto musicale è diventato un semplice riempitivo che crea un’atmosfera in cui la musica non è più una bellezza che ascoltiamo ma una sorta di basso continuo che inganna le nostre ansie. Siamo colti da fastidio quando dobbiamo attraversare spazi silenziosi, per cui accettiamo passivamente quella condizione di non-silenzio, di non-pausa che la società ci impone, senza renderci conto che, così facendo, smarriamo la nostra capacità di ascoltare e, con essa, quella di parlare.

Il silenzio, infatti, non è un atteggiamento aristocratico, non è un elemento esclusivo della mistica, né un esercizio di nobile interiorità, ma appartiene all’arte della comunicazione, consente di vivere in modo fecondo la solitudine, favorisce l’ascolto attento, affina le nostre facoltà discriminatorie e percettive, induce alla creatività. Antidoto ai pensieri ossessivi che affollano la nostra mente, il silenzio ci aiuta a frenare le nostre passioni e aggressività e a impedire loro di produrre violenze e sopraffazioni. 

Ma proprio per imparare a vivere con fecondità il silenzio è anche necessario essere consapevoli delle ambiguità che porta con sé. Vi è, infatti, un silenzio chiuso, impermeabile alla comunicazione, gestito come ostilità, usato come strumento per creare distanza: in questo caso il silenzio diventa un muro, una fortezza che respinge tutto quanto incontra. Sì, il silenzio è un “linguaggio” - come i due documentari hanno saputo testimoniare – e come ogni linguaggio ha delle risorse nascoste che possono essere messe al servizio della comunicazione come della chiusura all’altro. Il mutismo non è silenzio: silenzio è, invece, non lasciarsi distrarre, saper restare sempre in comunione con le cose, con l’altro, con la realtà. Questa sua ambiguità fa sì che molti concepiscano il silenzio come condanna imposta loro dagli altri che si rifiutano di ascoltarli, che li escludono con il non prestar loro attenzione. Allora il silenzio può divenire luogo di disperazione, mancanza di elementi vitali: si può morire di silenzio come si muore di fame, di sete, di fatica, di dolore. Chi infatti è solo, isolato e vive nell’angoscia, diviene avido di rumore, brama il suono di una voce conosciuta, insegue tutto ciò che rompe la monotonia della giornata.

A volte chiamiamo silenzio il mutismo di chi si trincera dietro il rifiuto di comunicare, la chiusura di chi non può o non vuole parlare della propria sofferenza, il quotidiano negarsi all’altro anche nell’intimità familiare, il progressivo smarrimento della fiducia reciproca: sono i piccoli e grandi silenzi di morte. Ma non è certo di questo silenzio che abbiamo bisogno, non è questo il tesoro perduto di cui abbiamo nostalgia: no, il silenzio cui aneliamo è lo spazio in cui ridestiamo la nostra personalità, è la condizione per porre a noi stessi le domande più essenziali, per trovare le risposte da cui dipende il senso della vita, quello che possiamo sperare. Alle domande “Da dove veniamo? Dove andiamo? Chi siamo?” possiamo tentare di rispondere solo imparando il silenzio, custodendo una vita interiore autentica, perché esistono verità inespresse e inesprimibili che solo nel silenzio possiamo percepire.

E nel silenzio impariamo anche l’arte della comunicazione non solo verbale, riscopriamo il linguaggio dello sguardo, l’espressività del corpo... Stare insieme, accanto a un altro nel silenzio è una delle esperienze più forti che permettono al dialogo verbale l’approfondimento e la scoperta di altre dimensioni. Del resto, ciascuno sa per averlo sperimentato che nelle relazioni umane più intense, come quelle tra amanti o tra amici, proprio il silenzio garantisce la percezione dell’alterità, del mistero dell’altro.

Forse quanti hanno visto scorrere sugli schermi le esigenti ma rappacificanti giornate dei monaci hanno intuito qualcosa dei tesori che il silenzio sa elargire anche a chi monaco non è: la vigilanza e l’attenzione contro l’intontimento spirituale; la possibilità di ascoltare ciò che arde nel profondo di se stessi e degli altri; la capacità di portare – e quindi anche di sopportare – l’altro nella sua sofferenza; la resistenza contro il prevalere di atteggiamenti di inimicizia; in una parola: la pace interiore. Una prospettiva che concerne solo i monaci? Un esercizio che riguarda solo i cristiani? No, un tesoro a disposizione di ogni essere umano che sia disposto a scavare nella propria interiorità per poterlo dissotterrare, come sapientemente invitava a fare il poeta Kavafis: “E se non puoi la vita che desideri / cerca almeno questo / per quanto sta in te: / non sciuparla / nel futile commercio con la gente, / vane parole in un viavai / frenetico. / Non sciuparla portandola in giro / in balìa del quotidiano / gioco balordo degli incontri e degli inviti, / fino a farne una stucchevole estranea”.

Enzo Bianchi