La guerra fredda e il monastero

 

Come dimenticare i colloqui con l’igumena di Manassia o con madre Iustina di Zi?a, una donna forte e sapiente, autentica guida spirituale delle sue sorelle con le quali condivideva il duro lavoro? Ogni mattina dei camion venivano a caricare le monache per portarle al lavoro nei campi di proprietà collettiva, assieme alla donne semplici dei paesi attorno al monastero. A sera, quando rientravano spossate dalla fatica, le attendeva il canto dell’ufficio notturno in chiesa: ma per loro non era una fatica supplementare, bensì l’autentico coronamento di una giornata spesa nella ricerca di Dio e nella solidarietà fraterna. Raramente anche in seguito ho sperimentato la stessa intensità di preghiera in un coro monastico.

E come avrei potuto non commuovermi quando, attraversando il Kosovo al confine con l’Albania al 19 di luglio, vigilia di Sant’Elia, avevo assistito alla festa di un intero villaggio ortodosso serbo dove erano convenuti anche tutti i vicini musulmani per celebrare insieme nella gioia il profeta del Dio unico? Tutti mi invitarono a restare con loro per l’intera giornata e le difficoltà di comunicazione scomparvero di fronte al linguaggio universale dell’uomo di Dio che aveva saputo ricondurre il cuore dei figli verso i padri e il cuore dei padri verso i figli.

Pubblicato su: Avvenire