Ma la guerra santa sarà sconfitta dalla pace giusta


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Bronzo - Philippsburg, 1979
GIACOMO MANZÚ, Monumento per la pace, Philippsburg, 1979
La Stampa, 11 settembre 2011
di ENZO BIANCHI
Davvero possiamo affermare che oggi più che mai il dialogo resta un’istanza che abita l’immensa maggioranza degli abitanti del pianeta terra, divenuto villaggio globale
La Stampa, 11 settembre 2011

“Nulla sarà più come prima!”. Quante volte sentimmo ripetere questa frase e altre simili all’indomani dell’11 settembre 2001. Quante voci si aggiunsero al coro dei profeti di sventura che consideravano ineluttabile uno scontro di civiltà alimentato dall’integralismo religioso. Quante letture di qualsivoglia fenomeno sociale vennero fatte sotto l’unica prospettiva di un terrorismo globale. Quanto spesso è stata data per scontata e puntuale una svolta storica che avrebbe stabilito un “prima” e un “dopo” assoluti nell’approccio ai problemi più complessi, che fossero di natura geopolitica o economica, di globalizzazione o di confronto tra mondi culturali o religiosi, di giustizia internazionale o di concezione della guerra.

Ma oggi, dieci anni dopo, possiamo interrogarci con un minimo di distanza critica da quei tragici eventi, che in realtà proprio per la loro gravità richiederebbero un giudizio storico ancor più decantato: “Davvero il mondo non è più stato lo stesso?”. Se giudichiamo a partire dalle risposte immediate date all’attacco terroristico alle Torri gemelle e dai molti effetti che queste reazioni continuano a produrre, potremmo dire che ben poco è cambiato: come in ogni guerra tradizionale fin dai tempi più antichi dell’umanità, a violenza si è risposto con la violenza; come sempre la verità è stata la prima vittima del conflitto; analogamente a quanto così spesso è accaduto nella storia, si è cercato di motivare religiosamente la propria attività bellica; ancora una volta l’operazione di demonizzazione dell’avversario ha identificato qualsiasi membro del gruppo sociale, etnico o religioso antagonista in un nemico da contrastare a prescindere da qualsiasi responsabilità personale: anche per questo, come ormai tragicamente scontato a partire dal secondo conflitto mondiale, il numero di vittime civili è diventato enormemente superiore a quello dei militari belligeranti. In questo senso l’11 settembre ha magari mutato l’estensione geografica, la complessità dei mezzi e dei metodi di combattimento, la composizione dello spettro delle alleanze in una tipologia di conflitto apparentemente inedita, ma questi mutamenti sono attribuibili anche ad altri fenomeni – la  globalizzazione, specie nel campo delle informazioni e della tecnologia; il crollo di un muro che divideva il mondo in due blocchi antagonisti, l’ingiustizia nella ripartizione delle risorse del pianeta e la loro progressiva scarsità... – che non sono certo nati con l’attacco al cuore simbolico della prima potenza del mondo “occidentale”. Del resto, lo stesso terrorismo di matrice islamica non era certo nato in un rifugio segreto dell’Afghanistan o nella cabina di pilotaggio di un aereo civile.