Forme e profumi che parlano all'io

Nelle generazioni passate, le quali conoscevano la fame di pane e sovente non osavano sperare di mangiare se non pane, vi era addirittura una sorta di venerazione nei confronti di questo straordinario alimento. L’ho scritto e non posso non ricordarlo nuovamente: a casa mia verso le sette del mattino, prima che io andassi a scuola e mio padre a lavorare, mia madre tornava dal panettiere e deponeva sul tavolo della stanza di ingresso una grande forma di pane, la grissia. La collocava accanto a un fiasco di vino, a un orciolo di olio e a una saliera, il tutto ricoperto da una tovaglia da lei ricamata con la scritta «l’olio, il pane, il vino e il sale siano lezione e consolazione». Chi entrava in casa mia vedeva in questo tavolo posto al centro un invito a sedersi, a mangiare un boccone, a condividere il pane, a bere insieme un po’ di vino.

Tornando alla riflessione sui sensi, il pane al tatto appare duro o molle, fresco o vizzo. Il pane si spezza con un frantumarsi di briciole che dice la sua brevità e che, nel contempo, invita anche l’udito a discernerlo. Ma la massima epifania del pane ai nostri sensi si ha quando esso viene gustato, masticato, mangiato e così diventa noi stessi, perché noi assimiliamo ciò che mangiamo: «dimmi cosa mangi e ti dirò chi sei» (1) . Il pane accompagna gli altri cibi – non a caso detti companatico – dall’inizio alla fine del pasto, è solitamente gradito a tutti, è un alimento quasi completo dal punto di vista dietetico.

Enzo Bianchi

(1) Alludo ovviamente alle celebre frase di Ludwig Feuerbach (1804-1872): «Man ist was man ißt», «Siamo ciò che mangiamo».

Pubblicato su: La Stampa