Apocalisse. Le due bestie del potere

Miniatura, Biblioteca Nazionale di Madrid
Beato de Fernando I y Doña Sancha, Adorazione alla bestia
Avvenire, 25 settembre 2011
di ENZO BIANCHI
Riletto oggi, questo capitolo dell’Apocalisse dà le vertigini e offre a cristiani e non cristiani una profezia: è un ammonimento che grida di svegliarci e di aguzzare gli occhi

Avvenire, 25 settembre 2011
di ENZO BIANCHI

Ultimi anni del I secolo dopo la nascita di Gesù Cristo: Giovanni è in esilio a Patmos, un’isoletta del Mar Egeo. Secondo la tradizione è l’ultimo dei dodici apostoli rimasto vivo: quasi centenario sta per lasciare la sua chiesa, o meglio le sue chiese disseminate nell’Asia Minore. Da visionario che ascolta e contempla, egli scrive il suo messaggio-testamento: il libro dell’Apocalisse, compiendo un’operazione ben precisa: “alza il velo” (è il senso etimologico del verbo apó-kalýpto) sul presente della storia, sull’azione di Dio che è sempre giudizio.

Dal capitolo 13 del suo “testamento” vorrei estrarre solo due visioni concatenate tra loro. Giovanni vuole alzare il velo sulla presenza del male nella storia umana, vuole che noi comprendiamo ciò che può essere il potere politico nella storia, come gli uomini possano diventare vittime e insieme complici di tale potere. Giovanni usa un linguaggio simbolico, fatto di «segni» e immagini poste come «segnali» che indica in quale direzione guardare e come fare discernimento.

Una forza mortifera è presente nella storia, opera violenza e guerra, nutre l’ingiustizia e si nutre di schiavitù, alienazione, oppressione dell’umanità. Ma in questo mistero del male, che ruolo ha il potere, qual è l’incarnazione della potenza mortifera? Giovanni vede salire dal mare una bestia con cui il drago diede la sua forza, il suo trono e il suo grande potere (cf. Ap 13,1-2). La bestia sale dal mare, cioè da quello spazio negativo e caotico che il mare rappresenta per le Scritture. Agli occhi di Giovanni che scrive da Patmos la bestia viene da occidente, dal Mediterraneo. Essa ha sette teste e dieci corna, come il drago, e partecipa del carattere polimorfo e molteplice del suo potere. Sulle dieci corna, simbolo del suo potere, ci sono dieci corone, segno del dominio che essa esercita, e ciascuna delle sette teste porta un titolo che è una bestemmia. Giovanni intravede qui la potenza politica di Roma che viene da occidente, dal mare, la quale riprende e sintetizza gli aspetti che caratterizzavano le quattro bestie viste sorgere dal profeta Daniele, cioè i quattro imperi totalitari che si erano succeduti nell’antichità: Babilonia, Media, Persia, Grecia. Il potere totalitario appare come bestiale, disumano e al contempo blasfemo: i nomi che porta sulle teste costituiscono un attentato portato all’unicità del Signore, al Dio unico: Dio, Divino, Kýrios adorabile, Figlio di Dio, Salvatore… Con questi nomi blasfemi essa vuole riempire di sé tutta la terra. Siamo di fronte al potere politico totalitario, realtà bestiale e dunque disumanizzante, mostro che tutto domina e inghiotte, arbitro assoluto della vita e della morte, realtà che si pone al di sopra del bene e del male, non giudicabile perché nessun processo può essere intentato contro le sue nefandezze.

Pubblicato su: Avvenire