Non di solo pane

 

C’è un cammino, ci sono delle opzioni decisive per l’umanizzazione? Sì, esistono molti cammini possibili, ma ce n’è uno elementare, che li riassume tutti. Prima di parlarne a mo’ di conclusione vorrei però tracciare alcuni cammini essenziali, alcune vie di umanizzazione che il cristianesimo ha sempre elaborato e affermato, ma che anche l’uomo non munito della fede cristiana ha saputo indicare. Innanzitutto vi è il cammino della libertà: la libertà va esercitata, non la si mendica né la si chiede, la si esercita e basta. È indegno dell’uomo mendicare la libertà! Nel quotidiano l’uomo può sempre praticarla, perché c’è almeno un’occasione al giorno in cui non essere vili, pigri, paurosi, ma essere liberi. Sappiamo bene che il potere politico, quello economico, quello ideologico sono tentati di conculcare la libertà, ma spetta a noi esercitarla di fronte a tali poteri.

Insieme alla libertà occorre affermare anche l’uguaglianza, non l’egualitarismo che misconosce le differenze, ma l’uguaglianza che richiede il riconoscimento dei diritti di ogni persona e di ogni collettività. La democrazia vive se c’è questo riconoscimento dell’uguaglianza di ogni persona, di ogni umano, persona come me. Il tuo prossimo è come te stesso – dice il comandamento ripreso e compiuto da Gesù – e accanto a te non c’è più ebreo, né greco (cf. Gal 3,28; Col 3,11), né marocchino, né indiano…, ma solo un uomo, una donna come te. Vi è inoltre il cammino della fraternità, cioè la prassi di solidarietà che tesse legami fraterni, la capacità di vivere l’amore tra tutti gli esseri umani. Ciò richiede di uscire da se stessi per incontrare l’altro, per ascoltarlo, per conoscerlo, per comunicare con lui, per creare legami di affetto e di convivenza.

Questo è il cammino dell’umanizzazione, che esige responsabilità e impegno da parte di ciascuno di noi: ecco di cosa vive l’uomo, attraverso cosa si umanizza in profondità. Nell’attuale contesto sociale mi permetto infine di indicare la necessità della resistenza. Mi riferisco alla resistenza civile in vista del cammino di umanizzazione, a un comportamento che richiede l’esercizio di molte responsabilità: la responsabilità ecologica, per contrastare il deserto che avanza; quella dell’affermazione della legalità e della giustizia, senza le quali sono calpestate proprio la libertà, l’uguaglianza e la fraternità; quella della convivialità – come la definiva Ivan Illich –, che significa partecipazione di tutti gli umani alla tavola del mondo, alle risorse della terra; quella della bellezza, compito essenziale per contrastare la bruttezza che ci invade. Sì, dobbiamo affermare ed esercitare il diritto alla resistenza. In proposito mi piace ricordare le parole di Giuseppe Dossetti, che il 21 novembre 1946, quale membro dell’assemblea costituente, presentò in commissione questa proposta di articolo: «La resistenza individuale e collettiva agli atti dei poteri pubblici, che violino le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla presente Costituzione, è diritto e dovere di ogni cittadino». Tale mozione non fu approvata, ma ciò che essa esprime è tuttora di estrema attualità.

Pubblicato su: La Stampa