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È dell'indifferenza che bisogna avere paura


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Particolare, scultura policroma, villa Clerici, Milano
ANGELO BIANCINI, Marco evangelista
La Stampa, 30 ottobre 2011
Intervista di
BRUNO QUARANTA
a ENZO BIANCHI
«La paura della morte. E’ la somma ingiustizia che contraddice profondamente la vita dell’uomo e l’amore


La Stampa, 30 ottobre 2011
Intervista di BRUNO QUARANTA
a ENZO BIANCHI

Non è un vescovo. E’ un monaco, il Priore di Bose, la comunità gemmata sulla Serra d’Ivrea nel 1965, che risalta fra i residui soffi conciliari. Ma Enzo Bianchi, come il Padre Pellegrino a lui così caro della Camminare insieme, la lettera pastorale pubblicata giusto quarant’anni fa, potrebbe, può, specchiarsi in Agostino quando afferma che il pastore serve «col cuore, con la voce, con gli scritti».

Ecco, fresco di stampa, Perché avete paura? (Mondadori, pp. 109, € 16,00), una lettura del Vangelo di Marco, un ulteriore ritorno alla Parola - peculiarità della pregiata officina di Bose -, depurata di ogni incrostazione, apologetica o cosmetica, l’adattamento, cioè, a questo o a quel passaggio di tempo.

«Perché avete paura?» è un versetto di Marco che dà il titolo al suo commento. Quale paura incarna l’uomo che è solito incontrare?
«La paura della morte. E’ la somma ingiustizia che contraddice profondamente la vita dell’uomo e l’amore. Appartiene anche al cristiano, nonostante la fede nella Resurrezione».

Dalle cose ultime alle cose penultime...
«Ecco la paura del cristiano: essere insignificante, non riuscire più a comunicare la Buona Notizia. Si è passati dall’ateismo militante al macigno che è l’indifferenza. Né traggano in inganno le dilettantesche forme di spiritualità: dalla new age al sincretismo».

Il Vangelo di Marco...
«E’ il primo. Marco, discepolo di Pietro, inventa il genere letterario Vangelo. Il suo è antecedente al 70 d.C.. E’ il testo più elementare, quello che maggiormente si avvicina al Gesù della Storia, il cardinal Martini lo ha mirabilmente definito il Vangelo del catecumeno. Catecumeno per eccellenza il disorientato uomo odierno».


 

Cattolici e politica dopo Todi. Tra le tentazione partitica e il perseverare della diaspora. Quale via indica il Vangelo?
«I cristiani siano il sale della terra, risaltino nella loro identità. Il Vangelo crea la differenza cristiana opposta all’indifferenza. Per il resto, non offre ricette. Le risposte mutano con il mutare delle stagioni. C’è stata l’era della Dc, una forza che ha indubbiamente favorito la crescita italiana. Un’esperienza che non esaurisce sicuramente il rapporto cattolici-politica».

L’unità dei cattolici, semmai, dove può manifestarsi?
«In una dimensione prepolitica, dove i cattolici s’interroghino sulla loro ispirazione, la definiscano, la confermino. Spetterà quindi ai laici la traduzione tecnica dei principi nella sfera politica».

Mezzo secolo fa, nel 1963, l’avvio del Concilio, che raccomanderà «un contatto continuo con le Scritture». A che punto si è?
«Di passi, e significativi, se ne sono fatti. Da ultimo, l’esortazione apostolica di Benedetto XVI Verbum Domini: è un documento epocale, chiede, incoraggia, il contatto personale del cristiano con la Parola di Dio. Un invito a spolverare le Bibbie che sonnecchiano nei nostri scaffali».

Auspica un Concilio Vaticano III?
«No, bisogna ancora che dia appieno i suoi frutti il Vaticano II».

Che cosa, in particolare, attende d’essere realizzato?
«Il cammino sinodale, il “camminare insieme” di padre Pellegrino: insieme Papa, vescovi, presbiteri, fedeli».

Lei, in «Perché avete paura?», dice di Gesù: «Non teologo, ma narratore di Dio». Non crede che la teologia, il ragionar di Dio, rischi di esaurire Dio?
«Sì, può succedere, succede. Occorre tornare alla narrazione, fatta attraverso una vita umana. Gesù ha raccontato Dio, dice Giovanni. Dio nessuno l’ha mai visto, ma la vita umana di Gesù ce lo ha rivelato».


 

Le vite di Gesù di là dei Vangeli. Ve ne è una che predilige?
«Avevo diciotto anni, il romanticismo di Renan mi fece sognare. La migliore, di gran lunga, è Un ebreo marginale di Meier: il Gesù della fede non è un’invenzione, è la meditazione del Gesù nella Storia».

Il Vangelo di Marco e le sue interpretazioni. Negli anni Settanta lei affrontò il Vangelo di Fernando Belo, l’analisi marxista di Marco, raffreddando gli entusiasmi ideologici che suscitava. Che cosa resta di allora?
«Nulla. O forse sì. Nel senso che la pluralità dei metodi esegetici corregge la pretesa di un’unica interpretazione della figura di Gesù».

Assisi e il dialogo interreligioso...
«Non si è all’anno zero, anzi. Benedetto XVI, nella scia di Giovanni Paolo II, ha sfarinato la tentazione integralista di opporre l’Occidente al mondo arabo, all’islamismo: dialogo, non steccati».

Per un tempio che - secondo Marco - sia «casa per tutte le genti». Non esistando, però, a cacciare i mercanti. Cristo è inesorabile, non così la Chiesa.
«La cacciata dei venditori del tempio è fra i brani di Marco prediletti da Ratzinger, a cui si appellava sin da quando era cardinale. Ritengo sia una sicura garanzia di palingenesi».

Intervista di BRUNO QUARANTA
a ENZO BIANCHI

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