Con il nuovo Evangeliario la liturgia diventa arte


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NICOLA DE MARIA, Evangeliario Ambrosiano, coperta
NICOLA DE MARIA, Evangeliario Ambrosiano, coperta
La Stampa, 3 novembre 2011
di ENZO BIANCHI
Davvero negli ultimi trent’anni di ministero pastorale a Milano sono state “scritte” pagine esemplari di primato della parola di Dio e di carità operosa verso gli ultimi

 La Stampa, 3 novembre 2011

Nel congedarsi dalla diocesi di Milano, il cardinal Martini – vescovo della Parola in una stagione di immagini distorte – ha voluto che l’ultima iniziativa del suo ministero pastorale fosse la “Casa della carità”: un luogo che rendesse manifesto il chinarsi dei cristiani sulle sofferenze dei poveri. Il suo successore, il cardinal Tettamanzi – vescovo della carità in una stagione di indifferenza verso il prossimo – ha voluto che l’ultimo dono alla diocesi fosse il libro del Vangelo, la Parola posta al cuore della celebrazione liturgica, un libro che rendesse manifesto il piegarsi dell’orecchio dei cristiani alla Parola proclamata. Così, nella scia di san Paolo, il cardinal Tettamanzi ha inteso “affidare alla Parola” i cristiani della sua diocesi e lo ha fatto attraverso un “Evangeliario”, concepito e realizzato come compendio della sua sollecitudine di pastore e del suo amore di padre.

Ma cos’è un Evangeliario? «Questo è il Libro della vita, / questa la fonte e l’origine dei libri. / Qui scintillano i quattro fiumi dall’unica sorgente». Nei versi anonimi vergati sulle prime pagine di un manoscritto del IX secolo cogliamo il significato e il valore che le chiese cristiane, sin dall’antichità, hanno attribuito all’evangeliario, cioè a quel libro, destinato al culto liturgico, che contiene il testo dei quattro Vangeli, in forma cursiva o suddiviso secondo l’ordine delle pericopi che vengono proclamate nel susseguirsi dei giorni, delle domeniche e delle feste dell’anno liturgico. Sì, i cristiani hanno sempre riconosciuto uno statuto particolare a questo libro che custodisce l’“attestazione” delle parole del Signore Gesù, raccolte dagli apostoli e dalle prime comunità cristiane e trasmesse sino a noi. Non si tratta semplicemente di un libro, ma del Libro per eccellenza, non riducibile a una mera suppellettile per il culto: nella fede della Chiesa che si esprime nella liturgia, questo oggetto è riconosciuto come simbolo vivo, come “sacramento” e “icona” del Cristo risorto, che si fa presente in mezzo alla sua comunità, che parla al suo cuore e spezza il pane delle Scritture. Per questo, attraverso i secoli, il libro del Vangelo quadriforme è stato circondato da peculiari segni di onore e venerazione nelle diverse tradizioni liturgiche: affidato alla ministerialità del diacono, portato solennemente in processione fra lumi, incensi e canti di acclamazione, intronizzato sul leggio più alto degli amboni, salutato con il bacio da parte dei ministri e talora dei fedeli. Il libro, inserito nel dinamismo celebrativo all’interno del “sito” liturgico della proclamazione, rende per così dire visibile ai nostri occhi e udibile alle nostre orecchie la presenza del Figlio e Verbo di Dio, che ha assunto la visibilità della nostra carne e l’udibilità delle nostre parole umane per narrare agli uomini la misericordia e la condiscendenza del Padre.

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