Miracoli: il tocco di Dio che cambia la vita

 

1. Gesù non predica rassegnazione

Innanzitutto un elemento preliminare, necessario per scardinare un’idea che spesso si sente evocare anche in buona fede, ma che è molto pericolosa, in quanto finisce per attribuire a Dio e a Gesù Cristo un volto perverso. Incontrando i malati, Gesù non predica mai rassegnazione, non ha atteggiamenti fatalistici, non afferma che la sofferenza avvicini maggiormente a Dio, non nutre atteggiamenti doloristici: egli sa che non la sofferenza, ma lamore salva! Gesù

  • cerca sempre di restituire al malato l’integrità della salute e della vita;
  • lotta contro la malattia, dicendo di no al male che sfigura l’uomo;
  • cura e cerca di guarire con tutte le sue forze.

È così che egli fa delle sue guarigioni un vero e proprio Vangelo in atti, delle profezie del Regno, in cui «Dio asciugherà ogni lacrima dai nostri occhi(cf. Is 25,8) e non vi saranno più la morte, né il lutto né il lamento né il dolore, perché le cose di prima sono passate» (cf. Ap 21,4).

Al riguardo è utile fare un’ulteriore precisazione: si sente ripetere con frequenza che occorre offrire a Dio la propria sofferenza. Che senso può avere questa espressione ritenuta altamente spirituale, ma che può essere equivoca? Dio gradisce forse l’offerta del dolore che sovente disumanizza e sfigura? Che immagine di Dio suppone un tale «gradimento»? In verità, questo consiglio spirituale deve essere chiarificato. Certamente nell’offerta di se stesso al Signore, che ogni cristiano deve fare come autentico culto spirituale (cf. Rm 12,1), sono comprese anche le sofferenze, come sono comprese le gioie. Di conseguenza occorre dire al Signore: «Eccomi tutto intero davanti a te, corpo, psiche e spirito, comprese la mia malattia e la mia sofferenza!». Ma anche in questo dobbiamo guardare all’esempio fornito da Gesù, che non ha offerto al Padre la sua sofferenza, bensì «ha innalzato preghiere e suppliche … a Dio che poteva liberarlo dalla morte» (Eb 5,7) nell’esperienza della sua passione, vivendola nell’«amore fino alla fine» (cf. Gv 13,1), nell’amore esteso fino ai nemici. Ciò che è stato decisivo e redentivo nella passione di Gesù è stato l’amore con cui ha vissuto la sofferenza e la morte. E così ci ha insegnato che ciò  che Dio attende da noi quando attraversiamo la sofferenza e la malattia è che continuiamo a esercitarci nellamore, accettando di essere amati e cercando di amare. Infatti noi raggiungiamo il desiderio di Dio non nell’offerta della nostra sofferenza, ma quando la nostra vita, anche nella sofferenza, diventa dono di sé nell’amore: questo è stato il cammino che Gesù ha percorso e ha aperto per quanti vogliono seguirlo.

Pubblicato su: Avvenire