Miracoli: il tocco di Dio che cambia la vita

 

2. Gesù vive la com-passione

Gesù si coinvolge profondamente con la situazione personale dei malati: la loro sofferenza viene patita da Gesù stesso, che provacom-passioneperloro(cf., per es., Mc 1,41; 6,34),entra cioè in un movimento di con-sofferenza che lo coinvolge anche emotivamente. Gesù si lascia ferire dalla sofferenza degli altri, si fa prossimo al malato anche quando le precauzioni igieniche (paura di contagio) e le convenzioni religiose (timore di contrarre impurità rituale) suggerirebbero di porre una distanza tra sé e lui: è il caso dei lebbrosi, che Gesù non solo incontra strappandoli dall’isolamento e dalla solitudine a cui erano costretti, ma addirittura tocca. Gesù non guarisce senza condividere! In tal modo egli mostra che ciò che contamina non è il contatto con chi è ritenuto impuro, ma il rifiuto della misericordia, della prossimità al malato; insegna che non c’è sporcizia più grande di chi non vuole sporcarsi le mani con gli altri; svela che la comunione con Dio passa attraverso la misericordia e la compromissione con il sofferente. È vivendo in questo modo la compassione che Gesù ha narrato il «Dio misericordioso e compassionevole» (Es 34,6).

Anche in questo caso occorre però intendersi sulle parole. Quella vissuta da Gesù e da lui richiesta ai suoi discepoli non è la compassione nel senso di commiserazione, che è giustamente rifiutata dal sofferente come un’offesa e una lesione alla sua umanità. No, la compassione, biblicamente intesa, è il lasciarsi ferire dalla sofferenza dell’altro, è il com-patire con chi ci è accanto, è il rifiuto radicale dell’indifferenza al male. Questo senza alcun protagonismo, senza alcuna insistenza posta sul proprio «fare la carità»: è significativo a tale proposito che il verbo greco utilizzato per narrare l’atteggiamento di Gesù e del Padre da lui descritto nelle parabole (splanchnízein) indichi letteralmente «l’essere preso da, l’essere mosso a viscerale compassione», ovvero il reagire a stimoli provenienti dall’esterno. «Vedere ed essere mosso a viscerale compassione»: ecco ciò che spinge il buon samaritano, figura di Gesù, a farsi prossimo all’uomo lasciato mezzo morto dai briganti sul ciglio della strada (cf. Lc 10,33); ecco ciò che spinge il Padre prodigo d’amore a correre incontro al figlio peccatore quando quest’ultimo è ancora lontano (cf. Lc 15,20).

Pubblicato su: Avvenire