Miracoli: il tocco di Dio che cambia la vita

 

3. Larte della relazione di Gesù: lascolto, il dialogo, la fede-fiducia

Una volta che Gesù si è fatto prossimo a persone toccate da situazioni di malattia, la cura che egli manifesta loro si esprime innanzitutto nel dare loro la parola, nel domandare la loro volontà, nel far emergere il loro desiderio.

Gesù si pone in ascolto, entra in dialogo ponendo domande, relazionandosi cioè al malato come a un essere simbolico e di linguaggio, una persona guidata da una intenzionalità, che è la capacità umana di attribuire senso alla vita. Al cieco Bartimeo domanda: «Che cosa vuoi che io faccia per te?» (Mc 10,51); accoglie la volontà del lebbroso e la fa sua riprendendo alla lettera le sue parole («Se vuoi, puoi purificarmi!»; «Lo voglio, sii purificato!»: Mc 1,40-41); di fronte all’uomo paralizzato non vede un paralitico, ma un essere con bisogni spirituali a cui egli risponde annunciando il perdono di Dio (cf. Mc 2,1-12). Le guarigioni avvengono sempre in un contesto dialogico e relazionale. Gesù si apre alla libertà della persona che ha davanti e, quando il malato è impossibilitato a esprimersi, egli si rivolge ai famigliari o a coloro che sono legati al malato da un rapporto d’amore. Gesù ascolta la loro sofferenza, il loro desiderio, la loro volontà: è così con la madre della bambina tormentata dal demonio (cf. Mc 7,24-30), con il padre del ragazzo epilettico (cf. Mc 9,14-27), con il centurione che lo supplica per la guarigione del suo servo (cf. Mt 8,5-13).

Nei suoi incontri con i malati Gesù fa sempre appello alle risorse interiori della persona che ha di fronte: e così la guarigione, quando si verifica, avviene sempre in un quadro relazionale in cui Gesù desta e fa sorgere la fede della persona, cioè la sua capacità di fiducia e affidamento, la sua volontà di vita e di relazione. Si può pensare, ancora una volta, alla prassi con cui Gesù avvicina e cura i lebbrosi, veri paria della società del suo tempo, marchiati a fuoco da uno stigma che li escludeva dalla famiglia e dai rapporti affettivi e sessuali, dalla vita sociale, dalla comunità religiosa e dalla pratica cultuale. Nei rapporti con i lebbrosi Gesù mette in atto un atteggiamento socievole che lo porta a incontrare chi era relegato fuori dai centri abitati, a toccare gli «intoccabili», a considerare persone quelli che, agli occhi di tutti, erano colpiti da maledizione e dal castigo divino, a intrattenere relazioni con chi era condannato all’isolamento (cf. Mc 1,40-45; Mt 8,1-4; Lc 5,12-18). Oppure, si pensi all’incontro di Gesù con il cosiddetto «indemoniato di Gerasa» (cf. Mc 5,1-20). Nei suoi confronti Gesù attua un paziente ascolto, intrattiene un dialogo, cerca un incontro personale e così gli trasmette fiducia e autostima. Grazie alla relazione, colui che prima era violento, autolesionista, incurante di sé, nudo, muta a tal punto che alla fine lo si può vedere «seduto, vestito e sano di mente» (Mc 5,15). A quest’uomo Gesù offre anche un’indicazione di futuro, restituendolo a se stesso, al suo ambiente famigliare e sociale e consegnandogli un compito da realizzare: «Va’ nella tua casa, dai tuoi, annuncia loro ciò che il Signore ti ha fatto e la misericordia che ha avuto per te» (Mc 5,19).

In sintesi, se è vero che «la fede nasce dall’ascolto» (Rm 10,17), Gesù ha mostrato la verità di questa affermazione a livello antropologico: con la sua pratica di umanità è stato capace di risvegliare l’umanità dei malati, ascoltandoli, ponendo in loro fiducia e valorizzando la loro fiducia. Ecco perché, quando restituiva alla vita in pienezza le persone malate, le congedava confessando, quasi con stupita gratitudine: «La tua fede ti ha salvato» (Mc 5,34 e par.; 10,52; Lc 7,50; 17,19; 18,42).

Pubblicato su: Avvenire