Qualcuno ci guarda dalle sante icone

 

L’Occidente non ha questa visione contemplativa, beata; non può contemplare la Trinità fuori della storia, e quando pensa la Trinità è obbligato a pensare alla storia. È uno dei battiti forti del cuore occidentale. Qui l’arte ha anticipato la teologia. Quando Jürgen Moltmann o Johann Baptist Metz affermano, muovendo da Lutero, che la croce narra la Trinità, sembrano tradurre in linguaggio teologico quello che generazioni di pittori, dal Medioevo fino all’arte contemporanea, avevano già intuito nell’iconografia trinitaria: il Figlio è rappresentato in croce, o tra le braccia del Padre, che lo sostiene e lo abbraccia. Una Trinità che è una Pietà. E tra il Padre e il Figlio, per esprimere la relazione, l’amore, la compassione, è sospesa la colomba dello Spirito Santo: segno sì di una premura ineffabile (una tenerezza a prezzo della croce), ma anche memoria dello iato, della distanza tra il Padre e il Figlio nel momento della morte, quando il Figlio grida: «Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?» (Mt 27,46), nell’atto di consegnare lo spirito.

Certo, l’Oriente non elude il punto culminante del dramma che si consuma tra Dio e gli uomini, ma ne contempla lo scioglimento nel mistero inenarrabile di Dio. All’altro estremo del ciclo festivo, l’icona dell’Ascensione raffigura l’umanità tutta che in Cristo è assunta in cielo, è accolta in Dio. Nella stupenda icona di Rublëv, al centro della tavola, in un cono di luce che rifulge nelle bianche vesti degli angeli, sta in piedi la figura della madre di Dio, circondata dagli apostoli; in alto, assiso in un triplice cerchio di luminosità decrescente, dal cui centro oscuro emanano i raggi d’oro che illuminano tutta l’icona, si vede il Cristo benedicente. Terra e cielo ormai comunicano, è colmato l’abisso che per il peccato separava gli uomini da Dio. Il Cristo è assunto nel seno del Padre, ma nel mistero insondabile dell’amore divino porta con sé la carne che ha assunto e resa gloriosa con la sua resurrezione: ormai sulla terra stessa risplende la sua gloria, in quell’umanità che lo contempla ascendere al cielo e che viene trasfigurata in umanità redenta, trasformata in Terra del cielo.

Pubblicato su: La Stampa