Olivier Clément: la passione per la chiesa una


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Olivier Clément
Olivier Clément

Avvenire, 13 gennaio 2012
di ENZO BIANCHI
Le “visioni” di Clément sono semi della Parola sparsi con abbondanza e irrigati con sapienza antica come la chiesa una

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Olivier Clément durante il convegno su Silvano dell'Athos, Bose 1998

Avvenire, 13 gennaio 2012
di ENZO BIANCHI

Già tre anni sono trascorsi dal passaggio di Olivier Clément dalla morte alla Vita, tre anni in cui la sua voce di appassionato dell’unità dei cristiani continua a risuonare dai suoi scritti che narrano i tesori della chiesa indivisa e li offrono non solo ai fedeli di tutte le confessioni ma a tanti uomini e donne assetati di senso. In questi tre anni, per ben due volte consecutive i cristiani hanno celebrato tutti insieme la Pasqua, cuore della loro fede, testimoniando almeno attraverso il calendario l’unicità del loro Signore e della sua comunità nella compagnia degli uomini: una coincidenza che tanto avrebbe rallegrato quell’uomo di Dio nato e cresciuto in un ambiente ateo.

Fu proprio la sua passione per la “chiesa una” a colpirmi quando lo conobbi, ormai più di quarant’anni fa: reduce da una visita al patriarca ecumenico Athenagoras – visita straordinaria per me, da poco raggiunto da alcuni fratelli decisi a condividere la mia ricerca di vita comune nel celibato – ritrovai nel libro Dialoghi con il patriarca Athenagoras che Clément aveva appena pubblicato in francese tutto lo spessore umano e spirituale di quel vescovo che aveva saputo condurre per mano la chiesa ortodossa attraverso l’allora inedito cammino dell’ecumenismo. Volli incontrare l’autore non tanto per parlare con lui della traduzione in italiano del suo lavoro – progetto che effettivamente proposi con successo all’editore Gribaudi – ma per vederne il volto e ascoltarne la voce, per cercare di cogliere in quegli occhi vivacissimi la trasparenza del Vangelo e l’amore per la chiesa e per l’umanità tutta.

Il primo incontro, e i numerosissimi che lo seguirono in un’amicizia pluridecennale, fu davvero il faccia a faccia con un autentico “visionario”, per usare il termine da lui stesso applicato agli uomini spirituali: una persona capace di guardare e vedere “al di là”, di affinare il proprio sguardo uniformandolo a quello di Cristo, di contemplare la realtà quotidiana all’interno del meraviglioso disegno di amore di Dio. La sua capacità di andare al cuore del Vangelo non nonostante bensì attraverso la storia stessa della chiesa, il suo nutrirsi della sapienza dei padri, il suo amore per la bellezza mi impressionarono: credo che per lui l’aver scelto la chiesa ortodossa come matrice e alveo della sua fede cristiana di adulto fosse stato il modo più semplice per sentirsi innestato a Cristo attraverso la chiesa indivisa, per sentirsi parte della comunità del risorto, di quel gruppo di discepoli impauriti ma trasfigurati dall’inattesa gioia della risurrezione. Per questo non aveva difficoltà alcuna a dialogare con cristiani di altra confessione: per lui l’ecumenismo era parte del suo stesso respiro ecclesiale, un ritrovarsi tra fratelli che cercavano di ritrovare insieme l’unico Signore.

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