Tentazioni. Gesù, Satana e il potere dell'orgoglio

 

Così è avvenuto anche per Gesù: gli si è prospettata la possibilità di non «fare storia», di non camminare verso Gerusalemme, ma di vedere subito l’esito, il compimento della promessa del Padre. Il Messia non deve forse essere re delle genti, riconosciuto da tutti gli uomini? Non deve estendere il suo regno fino ai confini del mondo? E allora ecco, puntuale, la promessa di Satana: questo sarà possibile «se tu mi adorerai»; il demonio, e con lui ogni idolo, domanda sempre che ci si prostri davanti a lui, che lo si adori… Se l’idolo è nient’altro che l’io ideale eretto a idolo dalla nostra immaginazione e dal nostro narcisisismo, al termine di tale processo è quasi naturale prosternarsi a lui. «L’idolatria … non [è] affatto tanto né innanzitutto un errore teologico, ma [è] invece un errore antropologico», ha scritto con intelligenza Adolphe Gesché, comprendendo bene che alla sua radice sta un’immagine falsa dell’uomo.

Il diavolo fa poi a Gesù una rivelazione sconcertante: «A me è stato consegnato tutto questo potere e la sua gloria, e io la do a chi voglio». Ovvero: Satana ha potere sulla ricchezza. È vero? Sì e no. È vero perché, di fatto, ricchezza e potere sono gli strumenti della schiavitù degli uomini, della morte inflitta dagli esseri umani ai loro simili, e in questo senso Satana è «il Principe di questo mondo». D’altra parte, «il mondo e tutto ciò che esso contiene è di Dio» (cf. Sal 24,1): spetta dunque all’uomo scegliere se essere un amministratore di Satana, vivendo nel possesso egoistico dei beni, oppure se servirsene al fine di instaurare la comunione tra gli uomini, riconoscendo i beni stessi come dono di Dio. Anche nell’uso dei beni di può dare culto a Dio, si può adorarlo! Nello Shema‘ Jisra’el, la preghiera fondamentale del credente ebreo, sta scritto: «Ascolta, Israele … Tu amerai il Signore tuo Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua vita, con tutte le tue forze» (Dt 6,4-5). Ebbene, quest’ultima specificazione (me’odekha in ebraico) può anche essere tradotta «con le tue sostanze, con i tuoi beni», a dire che si deve amare Dio anche con ciò che possediamo, riconoscendolo quale proprietario della terra e dei beni: noi infatti siamo solo «stranieri e pellegrini» (cf. Eb 11,13; 1Pt 2,11) sulla terra, chiamati a condividere i beni che vi si trovano con tutti gli altri uomini (cf. Es 19,5; Lv 25,23).

Pubblicato su: Avvenire