Tentazioni. Gesù, Satana e il potere dell'orgoglio

 

Ebbene, la tentazione suprema del Figlio di Dio è nient’altro che la grande tentazione vissuta anche da Israele nel deserto: «Dio è in mezzo a noi sì o no?» (Es 17,7). Il popolo è uscito da Egitto, ha attraversato il mare all’asciutto, ma nel deserto è subito tentato: dubita della Parola di Dio, della sua Presenza, del suo amore. Detto altrimenti: è proprio vero che Dio ci ama, è vero che Dio mi ama ed è sempre con me? Quel luogo, chiamato «Massa e Meriba», ossia «tentazione e contestazione», è il luogo del peccato costante dei credenti, della loro incredulità, e anche Gesù conosce tale suprema seduzione.

Ma egli risponde con risolutezza: «Non tenterai il Signore Dio tuo» (Dt 6,16). Dice no al messianismo miracoloso e spettacolare, quello che cerca un consenso non libero ma indotto, che confida nelle apparizioni, nei miracoli, nei segni che provocano il plauso; rifiuta la via taumaturgica e magica, quella cara agli «uomini religiosi», che sempre «chiedono segni, miracoli» (1Cor 1,22). No, Gesù sceglie consapevolmente la stoltezza e la debolezza della croce (cf. 1Cor 1,23-25). In concreto ciò significa che Gesù non si sottrae ai limiti della propria corporeità e non piega le Scritture all’affermazione di sé; al contrario, egli persevera nella radicale obbedienza a Dio e al proprio essere creatura, custodendo con sobrietà e saldezza la propria umanità.

ENZO BIANCHI

 

Pubblicato su: Avvenire