Il fuoco dei monaci nel buio del mondo


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GIUSEPPE PUGLISI, Atlante del cielo. Leone, 2010
La Stampa, 31 marzo 2012
di ENZO BIANCHI
Noi, storditi più che distratti da interessi economici e politici, vorremmo che calasse il buio sul martirio del popolo tibetano

La Stampa, 31 marzo 2012

Ancora un monaco tibetano che muore dopo essersi dato fuoco per denunciare il pugno di ferro della Cina contro il popolo e le tradizioni religiose tibetane. Ancora un giro di vite di funzionari ed esercito per controllare, prevenire e reprimere espressioni di dissenso che scaturiscono dai monasteri buddisti. Ancora una volta le fiamme dell’immolazione che non riescono ad accendere la solidarietà di quanti potrebbero e dovrebbero alzare la voce in difesa degli indifesi. Diventiamo sempre più sordi e muti di fronte all’oppressione operata dal più forte, dal troppo forte contro il più debole, il troppo debole, l’inerme. Eppure, la disarmante testimonianza di chi usa violenza contro se stesso per denunciare quella compiuta quotidianamente contro il proprio popolo non cessa di gridare: con più si cerca di soffocarla e con più la brace coperta dalle ceneri lascia sprigionare l’ardore di chi sa di battersi per una causa giusta.

E per la medesima causa si battono anche i tantissimi giovani che, senza arrivare all’immolazione finale, non cessano di ingrossare le fila dei monasteri buddhisti in Tibet. Cosa li spinge, per un periodo di tempo o per la vita intera, in luoghi sorvegliati come prigioni e in condizioni di vita durissime? Cosa anima la loro ricerca interiore, cosa la tiene in comunione profonda con l’anelito di un popolo? Il desiderio di vivere secondo il sentiero buddhista, una via “monastica” nella sua essenza e struttura, sognando la sopravvivenza e la rinascita di una società dove tutti dovrebbero poter incontrare sul proprio cammino i monaci che, in silenzio, nella fiducia e nell’abbandono alla generosità dell’altro, chiedono quotidianamente per strada una ciotola di riso, nutrimento per loro sì, ma soprattutto occasione per il donatore di perseguire la rettitudine della propria vita. Anche quando questo rapporto con il popolo è coartato e reso impossibile, in realtà la relazione si mantiene viva: i tibetani sanno di poter contare sui monaci, sulla loro capacità di soffrire anche per gli altri, di tener desta una lingua e una cultura, di gridare con voce più forte del silenzio loro imposto, di dare la vita per gli altri fino alle estreme conseguenze.

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