Tra martiri e profeti

Il Priore Enzo Bianchi e Il Cardinale Michele Pellegrino in una delle sue visite a Bose
Il Priore Enzo Bianchi e Il Cardinale Michele Pellegrino in una delle sue visite a Bose
Avvenire, 27 giugno 2012
di ENZO BIANCHI
Non si può tracciare il profilo di Michele Pellegrino senza menzionare la sua competenza storica, filologica e teologica in ambito patristico, acquisita alla Cattolica di Milano

Avvenire, 27 giugno 2012
di ENZO BIANCHI

Non si può tracciare il profilo di Michele Pellegrino senza menzionare la sua competenza storica, filologica e teologica in ambito patristico, acquisita alla Cattolica di Milano e proseguita nella ricerca e poi, dal 1938, nell’insegnamento a Torino. L’apologetica greca e latina dei primi secoli, la poesia cristiana antica, la letteratura del martirio e infine la costante «frequentazione» di Agostino non rappresentano solo l’itinerario scientifico di Pellegrino, ma sono le fonti che, assieme alle Sante Scritture, hanno plasmato la sua spiritualità cristiana. L’attenzione alla pacatezza del dialogo intessuto dai cristiani con la sapienza pagana porrà i fondamenti per quel suo atteggiamento di apertura e di ascolto al mondo, per quella disponibilità al dialogo con la cultura della società, per quella sympatheia con quanto gli uomini a fatica cercano di realizzare in vista di una terra più abitabile e di una polis più umanizzata. Scriveva: «Se il Logos opera dappertutto, sia pure in maniera seminale e parziale, è giusto attendersi dappertutto delle espressioni conformi a verità e giustizia».

«Uomo delle fonti», Pellegrino non si era formato né sui saggi né sui manuali e, proprio perché non estraneo, ma nemmeno determinato dalla teologia sistematica, era uomo mai ossessionato dai problemi e dunque capace di essere saldo, di esprimere convinzioni e di assumere atteggiamenti profetici grazie a una sicurezza che derivava dall’assiduità con la parola di Dio e con la grande tradizione patristica. La stessa parresia , cioè quel parlare con chiarezza, forza e coraggio in obbedienza al Vangelo, proveniva proprio da queste «fonti». Amava andare sovente agli Acta Martyrum, per indicare il prezzo e il limite estremo cui può giungere la sequela cristiana, senza paura, senza esitazioni, senza compromessi con gli idola fori e con il potere. Amava le ammonizioni profetiche dei padri – di Crisostomo, di Basilio, di Ambrogio... – in difesa del povero, in vista della prassi di koinonia della comunità cristiana, contro l’egoismo dei ricchi e il dominio di chi misconosce la giustizia. Anche il suo motto episcopale – Evangelizare pauperibus – estratto dal programma messianico di Gesù proclamato nella sinagoga di Nazaret (cf. Lc 4), dice questo suo cuore di pastore teso a portare il Vangelo ai poveri, a quelli che erano, per i padri come per lui, i primi clienti di diritto della buona notizia. Voleva che i poveri sentissero la Chiesa solidale con loro e, in questa ansia, arrivò a pensare che fosse necessario da parte della Chiesa una richiesta di perdono ai lavoratori con un mea culpa semplice e sincero.

  Quando mi chiese che la nostra comunità gli dipingesse un’icona con i padri della Chiesa, volle che ci fossero Agostino, Basilio e il Crisostomo, perché gli ricordavano – disse – tre dimensioni episcopali in lui sempre presenti: l’amore per le pecore (Agostino), l’ansia della comunione ecclesiale (Basilio), la sollecitudine per i poveri (Giovanni Crisostomo)! Il Padre aveva anche una forte consapevolezza 4873430876f81aea4368ae37274f7ac5.jpgdi sedere sulla cattedra di san Massimo, e per questo lo citava sovente, ispirandosi soprattutto al suo insegnamento di pater pauperum. Si potrebbe anche dire oggi che quel suo essere uomo delle fonti gli forniva una certa ingenuità, che la sua libertà nel parlare, da lui ritenuta in coscienza e dopo essersi confrontato con altri obbedienza al Vangelo, fosse imprudenza, incapacità alla mediazione, ma in lui c’era sempre la necessità di non svuotare il Vangelo.

ENZO BIANCHI

Pubblicato su: Avvenire