11 settembre, l’epifania del male in diretta


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La Stampa, 15 settembre 2001

Prosegue anche nel terzo millennio l’epifania del “Male”, perché il “MALE” riappare in forme nuove ma sempre quale azione degli uomini contro altri uomini. Nessuna illusione: il cuore dell’uomo è un abisso profondo, e dal cuore dell’uomo sono generati il bene e il male, azioni che portano il segno dell’amore per l’altro e azioni mortifere che sanno invece narrare quanto l’uomo sia capace di inaudita ferocia, di distruzione degli altri.

Milioni e milioni di noi hanno assistito a questa epifania del male in diretta: un male pensato con intelligenza e precisione, male che appare carneficina e morte, male che è devastazione voluta e realizzata da uomini come noi, appartenenti alla nostra stessa umanità e con i quali condividiamo la terra... Sì, abbiamo visto il male, in un modo nuovo, e la domanda che ci abita non è certamente più: “Dov’è Dio?”, ma: DOV'È L'UOMO?”; ci chiediamo: fino a che punto può e potrà giungere l’umanità nella sua capacità di “fare il MALE”?

E mentre si definisce l’evento ricorrendo a parole quali “orrore”, “inaudita ferocia”, o come “giorno di tenebre per l’umanità”, altri uomini – e non solo pochi fanatici –, anziché condividere lo sgomento e l’orrore, hanno dato inizio a danze e canti di festa. Tra costoro vi sono poveri palestinesi, da tre generazioni in campi di profughi, vittime di un’ideologia antioccidentale che trova facile presa nelle loro condizioni di disperazione e di rivolta. Ma non solo: ci sono altri che leggono la caduta delle due torri, simbolo economico, politico e culturale dell’intero occidente, come la caduta di “Babilonia la grande”, la grande prostituta dell’Apocalisse che si credeva invincibile e che è stata invece colpita; e ci sono poi quelli che, pur partecipando all’orrore, non hanno avuto il coraggio di fermarsi a pensare, né hanno sentito il bisogno di un’ora che fosse segnata da un cambiamento dei programmi, e hanno voluto continuare la celebrazione di una partita di calcio...

Sì, anche questo va detto, e non va taciuto! Non per darsi a facili moralismi, ma per prendere coscienza di dove si radica la violenza umana: nell’incapacità di pensare, e soprattutto nella menzognache – come ricordava Hanna Arendt – sempre è pronta a insinuarsi nel cuore dell’uomo che non sa sottoporre a critica se stesso; è una tale assenza di profondità e di pensiero che fa mutare il nostro sguardo verso l’altro e verso gli altri, facendone dei nemici, e in fin dei conti dei capri espiatori per la violenza che abita nel cuore di tutti.

Il secolo appena concluso ha conosciuto il genocidio degli armeni, poi lashoà, poi il genocidio dei palestinesi in Libano, quello cambogiano e quello dei tutsi: quello che è avvenuto in questi giorni non è che una variante dell’epifania del male e noi non possiamo pensare di far fronte e di porre fine al male senza combattere le ragioni più profonde che lo provocano. Troppo facile ricorrere, riprendendo la nota tesi di Huntington, a un più o meno presunto “scontro tra civiltà”: c’è epifania del male non solo a Manhattan, ma anche nel mondo, tra gli uomini! Il vero scontro è tra chi vuole conservare la vita e crede nell’uomo come essere capace di fare il bene e chi, alienato dall’ideologia nichilista di turno, vuole distruggere e far regnare la morte...

Non cadiamo nella trappola delle contrapposizioni frontali, a cui una parte, senz’altro la meno nobile, dell’islam vorrebbe far precipitare l’Occidente: assumiamoci il coraggio e la forza del pensare. Riconosciamo invece che ci sono molti nemici che dovrebbero essere individuati con intelligenza e fermezza: i fanatismi religiosi, gli integralismi, gli odi etnici e razziali, i totalitarismi ideologici... senza illuderci che nella “nostra” chiesa si stia al riparo dal male, o che vi siano religioni o culture che non siano chiamate a interrogarsi radicalmente sugli elementi di violenza che portano dentro. Solo così potremo esigere – e dobbiamo farlo! – dai nostri fratelli musulmani, soprattutto dai loro leaders religiosi, parole chiare di condanna delle atrocità compiute “per la gloria di Dio”.

È l’ora di assumere responsabilità da parte di tutti: le chiese non solo facciano incontri di dialogo e di pace con le altre fedi religiose, ma si impegninoa bandire ogni forma di intolleranza e di universalismo totalitario, e lo chiedano reciprocamente l’una all’altra.

È poi necessario individuare quelle situazioni che, segnate dalla disperazione, sono l’humus in cui fanatismo religioso, ideologia antioccidentale, volontà di liberazione, possono generare nel loro seno persone disposte a dare la propria vita fino a fare di essa uno strumento di morte per gli altri. È necessario avere il coraggio di riconoscere che esiste un “mondo inutile”, dall’Indonesia all’Afghanistan, dal Caucaso al Medioriente al Centrafrica, un mondo di conflitti e di povertà dimenticate, pieno di disperazione, che attende da parte nostra un’attenzione vera, un mutamento di atteggiamento economico e politico. Le potenti e meravigliose tecnologie occidentali, messe in mano a un mondo sprovvisto delle necessarie risorse autocritiche, diventano strumenti di devastazione su scala planetaria. È giunta l’ora di svegliarsi dal sonno, dall’illusione che il male sia chiaramente identificabile soltanto in qualcuno o qualcosa che sta fuori di noi. La stessa ragione moderna che ha partorito le meraviglie del progresso, deve ora impegnarsi a trovare in se stessa gli antidoti, a ogni latitudine, affinché ciò che avviene nel cuore di ogni uomo sia funzionale alla vita e non alla morte degli uomini suoi fratelli. Altrimenti, da conflitti apparentemente lontani saranno generati quelli che porteranno alla morte dello stesso occidente...

Enzo Bianchi