Ira: il volto ambivalente della collera


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Mosaico di Otranto (1163-1165)
Caino e Abele, Mosaico di Otranto (1163-1165) ....non è un caso che il primo peccato fraterno testimoniato dalla Bibbia sia l’ira di Caino – «Caino andò molto in collera (lett.: “s’infiammò, bruciò”) e il suo volto cadde a terra» (Gen 4,5) –, che ebbe come esito l’omicidio di Abele suo fratello (cf. Gen 4,3-8)....
Avvenire, 8 luglio 2012
di ENZO BIANCHI
Il cammino per sconfiggere la collera è lungo e impegnativo in quanto richiede la capacità di porsi una domanda radicale: chi è l’altro per me?

Avvenire, 8 luglio 2012
di ENZO BIANCHI

Collera? Ira? In realtà ci sono collere, ire al plurale, che non solo si manifestano in modi molto diversi tra loro, ma nascono da motivazioni molto diverse. Le accomuna il loro essere frutti di una passione che ci assale come un vento impetuoso, che emerge come un bollore improvviso dal nostro intimo e divampa come un fuoco divorante, avendo come bersaglio l’altro, gli altri. Si tratta del vizio visibile per eccellenza, capace di sfigurare chi ne è preda, producendo anche effetti psicosomatici: fa perdere il fiato, genera una sensazione di soffocamento, e non è dunque casuale che la Bibbia per indicarla si serva dell’espressione «brevità di respiro» (Pr 14,17).

Ciò che è comune alle collere – insisto sul plurale – è dunque la focosità, la dinamica dell’impeto che porta chi vive questa passione «fuori di sé», l’epifania, la manifestazione che si impone alla vista degli altri, perché si mostra fisiologicamente nel volto e nei gesti di tutto il corpo: il viso diviene rosso, gli occhi si accendono e paiono fulminanti, i muscoli facciali diventano tirati, la bocca si apre facendo apparire i denti serrati e compressi gli uni sugli altri, il parlare è concitato, urlato, non originato dal respiro ma da una forza selvaggia e animalesca, le braccia si muovono con gesti minacciosi. Insomma, tutto il corpo sembra teso verso un’esplosione da cui occorre stare il più lontano possibile. Ecco perché si parla di «scoppi d’ira», di «sfoghi di collera», di «impeti», di «incendio divorante»... Il fatto che la collera sia palese fa sì che chi soffre di questa patologia, se proprio non è cieco, di essa si vergogni, perché gli altri conoscono e misurano questa sua deformazione. Forse è questo il motivo per cui l’ira è un vizio da cui ci si può correggere più facilmente: la sua evidenza «pubblica» induce a disciplinarsi, a correggersi, a pentirsi di essere stati trasportati da essa a compiere gesti inconsulti.

Ma va messo in evidenza anche un altro dato: al di là della dinamica che unisce tra loro le diverse forme di collera e ira, tra queste forme vi sono differenze tali che si può anche parlare di «santa» collera, di giusta collera e, al contrario, di ira funesta; di «collera di Dio» e, al contrario, di collera omicida degli uomini. Oggi restiamo perplessi o addirittura scandalizzati di fronte alle numerose affermazioni bibliche che ci parlano di un Dio in collera, ma dobbiamo cercare di comprendere il linguaggio di tre millenni fa: un linguaggio in cui, attraverso il ricorso alla collera di Dio, si cerca di dire che Dio ha un pathos, una passione, che non è insensibile, apatico, lontano dagli uomini e dalle loro sofferenze. Il grande male è l’indifferenza, e Dio non la conosce. La sua collera ci dice, in forma paradossale, che Dio è vicino all’uomo; egli non solo vede e conosce la sua sofferenza (cf. Es 2,25), ma con-patisce, con-soffre con l’uomo attraverso la passione dell’amore.

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