Ira: il volto ambivalente della collera

Soffermiamoci però a trattare dell’ira come vizio, di cui Paolo scrive: «Andate in collera, ma non peccate; il sole non tramonti sulla vostra ira» (Ef 4,26; cf. Sal 4,5). L’ira è un vizio quando diviene una presenza costante nei nostri rapporti con gli altri; quando è il segno del disprezzo e dell’odio nutriti verso l’altro in quanto tale; quando contiene l’intenzione dell’annientamento e della distruzione dell’altro. La collera è in tal caso la negazione della relazione e della responsabilità; è la contraddizione per eccellenza alla comunicazione, al dialogo, all’incontro, all’alleanza; è il terreno su cui germina l’aggressività e si sviluppa la violenza verso l’altro. Essa corrisponde allora all’atteggiamento giudicato da Gesù alla stregua di un omicidio (cf. Mt 5,21-22). Del resto, non è un caso che il primo peccato fraterno testimoniato dalla Bibbia sia l’ira di Caino – «Caino andò molto in collera (lett.: “s’infiammò, bruciò”) e il suo volto cadde a terra» (Gen 4,5) –, che ebbe come esito l’omicidio di Abele suo fratello (cf. Gen 4,3-8).

Per questo Giacomo dichiara che «la collera dell’uomo non realizza la giustizia di Dio» (Gc 1,20), con parole che costituiscono un chiaro monito: chi nella collera offende il fratello, non pensi di sostituirsi in tal modo a Dio nel giudizio o nella riparazione della colpa, vera o presunta tale. La collera infatti può accendersi contro gli altri quando essi, soprattutto coloro che amiamo, deludono le nostre aspettative, non ci assecondano nell’immagine che abbiamo di loro o non ci considerano come noi vorremmo; oppure, più sottilmente, quando scopriamo in loro dei difetti che non sopportiamo in noi stessi. Quando si è preda di questi sentimenti, si reagisce fuggendo gli altri, e chiudendosi in sé, sdegnati con il mondo intero… In breve: se la collera diviene un habitus, essa genera il pensiero che «gli altri sono l’inferno» (Jean-Paul Sartre), e finisce per minare l’accoglienza dell’altro nella sua diversità e nella sua verità, fino a recidere ogni possibilità di comunione. Ed è in questo senso che l’ira talora è indirizzata anche all’Altro per eccellenza, Dio, fino alla bestemmia e al sacrilegio, quando egli pare resistere ai nostri desideri e alle immagini che nutriamo di lui.

Un vizio senza rimedio, allora? No di certo, anche se il cammino per sconfiggere la collera è lungo e impegnativo in quanto richiede la capacità di porsi una domanda radicale: chi è l’altro per me? È una persona con cui entrare in relazione, di cui essere custode (cf. Gen 4,9), oppure è qualcuno da dominare a mio piacimento, fino a negare la sua stessa esistenza (cf. Gen 4,8)? E i cristiani dovrebbero ricordare la risposta che viene dalla fede: l’altro è «un fratello per cui Cristo è morto» (1Cor 8,11), e pertanto occorre porre il rapporto con lui davanti al Signore.

È proprio qui che si situa l’atteggiamento definito dal Nuovo Testamento col termine makrothymía, quella capacità di pazienza, di sentire in grande, che è un attributo di Dio e, per l’uomo, è l’arte di convivere con l’imperfezione e l’inadeguatezza presenti in lui, negli altri e nella realtà; pazienza che significa anche sopportare, cioè sup-portare e sostenere gli altri nelle loro debolezze, che prima o poi sono anche le nostre. Ciò può condurre fino alla sottomissione reciproca, nella fede che gli altri, nella loro diversità e alterità, sono per noi il grande dono del Signore.

ENZO BIANCHI

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Pubblicato su: Avvenire