Una giornata importante,un invito a pensare e pensarsi


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L’Unità , 13 dicembre 2001

Ha ancora senso una giornata di digiuno in un mondo lacerato, in cui ogni giorno muoiono di fame 24.000 persone, in maggioranza bambini? Un mondo in cui le risorse sono ingiustamente ripartite così che in occidente si stanno già calcolando i miliardi di spese per due soli pasti: il pranzo di Natale e il cenone di Capodanno? Un mondo di conflitti in cui si conosce l’impatto dello sciopero della fame come strumento di lotta non violenta, ma si ignora la dimensione interiore del digiuno? Eppure ci sono ambiti religiosi in cui il digiuno ha ancora una valenza spirituale che si esplicita attraverso una frequenza tale da renderlo “familiare” ai credenti, oppure un’intensità e un legame con la preghiera capace di ricondurre l’uomo all’essenziale: si pensi, da un lato al mese di digiuno del ramadan per i musulmani o alle quaresime dei cristiani ortodossi (vissute con un’austerità ormai smarrita nel cattolicesimo) e, d’altro lato, al giorno di kippurdegli ebrei o del venerdì santo dei cattolici. Allora l’iniziativa lanciata da Giovanni Paolo II per una giornata di digiuno nella preghiera e nella solidarietà può ancora risuonare come una voce ferma che non si stanca di gridare il desiderio di pace e i diritti dei più poveri e dei più indifesi in un mondo assordato dal fragore della guerra e dal tambureggiare di parole che pretendono di giustificare la guerra.

Come ha sottolineato il pastore e teologo valdese Paolo Ricca, “indire pubblicamente un digiuno, come ha fatto il papa Giovanni Paolo II, è un invito a un atto corale di riflessione critica su noi stessi, sulla tragedia del terrorismo e della guerra, sulla necessità di edificare una civiltà non più omicida, opposta al micidiale e tuttora imperante mors tua, vita mea”. Un invito alla riflessione, al pensare e al pensarsi, all’interrogarsi su quanto operiamo ogni giorno e su quali motivazioni determinano questo operare. Certo in questi giorni cupi per l’intera umanità, l’operazione del pensare non è facile: si preferisce lasciarsi “distrarre” dal frenetico succedersi di notizie su vittorie militari, rigurgiti di resistenze, cacce all’uomo che paiono puntate di una macabra caccia al tesoro, informazioni su tecnologie e mezzi di morte presentati con gentili nomi di fiori o di colori, festeggiamenti per ritrovate libertà della cui negazione quasi nessuno prima parlava, imbarazzati silenzi sulla sorte di migliaia di profughi, amene divagazioni sull’alacre lavoro dei barbieri e su televisori dissotterrati... Pensare è difficile perché esige una distanza che è lo spazio della lucidità e della criticità, mentre la risposta affrettata e immediata, così come la risposta che si autoidentifica con il bene, di fatto aboliscono la distanza, cancellano la vertigine, scongiurano il senso di vuoto di chi accetta di riflettere guardando l’abissale voragine del male, e così lo rassicurano.

Ben venga allora una giornata di digiuno e di riflessione, non solo per devolvere così l’equivalente di un pasto a chi ha perso assieme al cibo la nozione stessa della convivialità legata al pasto, non solo per dimostrare con un gesto fortemente simbolico la vicinanza ai credenti dell’islam che terminano il loro mese di digiuno, ma anche per creare lo spazio e ritagliarsi il tempo di “rientrare in se stessi”, di riesaminare vicende disumane per recuperare dignità all’uomo. Un giorno di digiuno che diviene anche silenziosa contestazione di una convivenza globalizzata in cui l’organizzazione economica è a servizio dell’accumulo e del consumismo (e i giorni che precedono il Natale ne sono in occidente palese conferma), in cui il lusso sfrenato offende i miseri e ne istiga l’invidia, in cui i pochi commensali alla tavola dell’abbondanza respingono sdegnati chiunque tenti di accostarvisi. Un giorno di digiuno per non cedere alla facile tentazione di demonizzare l’avversario, agevole scorciatoia per eludere il potere che il Male ha su noi stessi, il fascino che la spirale della violenza esercita su ciascuno.

Fermarsi in silenzio, sperimentare con le fibre del proprio corpo la carenza del nutrimento quotidiano, interrogarsi su cosa davvero alimenta la nostra interiorità è uno sforzo ascetico estremamente fecondo, oggi come sempre: del resto Gesù stesso non aveva detto ai suoi discepoli che certi “demoni” si vincono solo con la preghiera e il digiuno? Nulla di miracolistico in questa indicazione, ma la piena consapevolezza che senza la dimensione del dialogo con l’alterità (proprio della preghiera, ma anche del “pensare”) e della rinuncia alla voracità (propria del digiuno) si resta disarmati di fronte all’incombere della logica omicida della guerra. Sì, fermarci a pensare aiuta a leggere in modo diverso noi stessi e gli altri, a porre un freno al degenerare dell’autodifesa in ritorsione, all’imbarbarirsi della giustizia in vendetta. E, per chi crede, significa anche appellarsi al Dio della pace, con le parole che ripetevano i monaci trappisti in Algeria poco prima di finire inghiottiti nelle tenebre della violenza cieca: “Signore, disarmaci e disarmali!”.

Enzo Bianchi