Interporsi, dovere per chi ama la pace


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Avvenire, 3 aprile 2002

Come sperare la pace, una coesistenza tra ebrei e palestinesi su quella terra ormai segnata da una spirale di terrorismo e rappresaglie e vendetta? Sì, questa è un’ora buia per tutta l’umanità, un’ora di tenebra in cui prende corpo una vera “guerra alla pace”, in cui vince una logica che vuole l’annientamento dell’altro. Proprio in questi giorni pasquali per i cristiani latini e per gli ebrei, proprio oggi, Yom ha Shoah, “giorno della catastrofe”, Israele, nella ferma intenzione di bloccare il terrorismo, invade territori palestinesi ben al di là di interventi di legittima difesa, anche preventiva. Così, di fronte a queste operazioni belliche, il mondo arabo non si sentirà obbligato a una risposta armata?

Nei giorni scorsi, presentendo questo pericolo, personalità religiose e laiche del mondo ebraico, musulmano e cristiano avevano chiesto a palestinesi e israeliani di aprire una strada in cui chiedere e dare il perdono, una via per intraprendere un cammino verso la coesistenza e la pace, ma dopo gli ultimi eventi dobbiamo solo temere che tutto il Medioriente si incendi. Certo siamo convinti che la voce di Giovanni Paolo II è la sola che grida con la forza di chi non ha interessi politici ed economici, grida per chiedere giustizia come condizione che rende possibile la pace, giustizia che, come profeticamente ha proclamato nel messaggio per la giornata mondiale della pace, deve contenere il perdono.

I suicidi disperati sono gesti esecrabili che arrecano morte a vittime innocenti, ma non saranno fermati dai carri armati e dall’invasione militare, salvo che non si pensi di estenderla fino a compiere atti di genocidio e di annientamento totale di un intero popolo considerato come avversario. L’accecamento della disperazione non sarà mai guarito dall’accecamento dell’arroganza del potere e della forza militare! Dopo l’11 settembre avevamo ascoltato grandi proclami che individuavano la risoluzione del problema israeliano-palestinese come l’elemento più urgente e determinante per disinnescare la minaccia del terrorismo internazionale e auspicavano un immediato e concreto impegno in quel senso. Ora emerge la malafede e la menzogna di quanti nulla hanno fatto in quella direzione e misuriamo la nostra impotenza di cittadini dell’occidente e anche di cristiani. È un’ora di arroganza e di prepotenza, un’ora di epifania di azioni belliche in cui ci scopriamo impotenti persino a immaginare gesti concreti per fermare le aggressioni.

Ci resta solo la preghiera? L’invocazione “Signore, disarmaci e disarmali!” gridata dai monaci trappisti al cuore dei massacri algerini? I cristiani presenti in Terrasanta, i patriarchi e i capi delle chiese cristiane presenti a Gerusalemme, alla preghiera uniscono un grido che si fa voce delle vittime, un appello urgente a chi può “fermare immediatamente l’inumana tragedia” in cui avvengono “uccisioni gratuite e indiscriminate”, e un fermo impegno a mediare “per la pace e la sicurezza di tutti i popoli di questa Terra, israeliano e palestinese”. Anche a noi resta il grande compito della preghiera che, se autenticaintercessione, significa “prendere posto tra”, interporsi compiendo un passo in una tenebra in cui è all’azione il mistero dell’iniquità che miete vittime tra uomini e donne innocenti. L’amore che noi cristiani oggi nutriamo per il popolo di Israele e che ci impedisce qualsiasi sentimento antisemita, ci impone però di chiedere a Israele di fermare questa invasione e di non umiliare oltremodo il popolo palestinese.

Sì, la santità della vita è violata e violati sono i luoghi santi così cari a ebrei, cristiani e musulmani: i cristiani non dimentichino il loro impegno a “pregare per la pace di Gerusalemme”, a dire no a questa spirale di violenza, a questo incendio che divampa e che si fa sempre più difficile da arginare e spegnere!

Enzo Bianchi