Condonare i debiti

Scultura in bronzo, 1927, particolare
ARTURO MARTINI, Il figliol prodigo
Avvenire, 16 settembre 2012
di ENZO BIANCHI
Dobbiamo allora porci la domanda con serietà: è possibile il perdono a noi uomini? Se il perdono significa non un’affermazione verbale, non un atto esteriore e pubblico ma un vero e proprio atteggiamento del cuore
 
Avvenire, 16 settembre 2012
di ENZO BIANCHI

La gratuità cristiana conosce la migliore narrazione nel dono per eccellenza, il dono tra i doni, il per-dono, appunto. Scrive Attali: «Perdono è nome di Dio, perché nella misura in cui Dio è amore, è tale fino al perdono». Ma l’uomo, essendo a immagine di Dio, è capace di perdono, cioè di fare il dono più grande: perdonare chi gli ha fatto del male, perdonare il nemico, perdonare il persecutore, perdonare sempre e comunque! Il perdono è un dono totale, è dono fino all’estremo che richiede un sacrificio di se stessi in rapporto all’altro. Si perdona perché l’altro esista, si accetta di essere stati vittima senza per questo esercitare la vendetta che rende l’altro vittima a sua volta. Sul perdono, le parole di Gesù sono inequivocabili: «Amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite quelli che vi maledicono...», senza se e senza ma!

Il perdono è dunque senza limiti, ed è un vero atto sacrificale perché si rinuncia a se stessi, perché il perdono costa, è a caro prezzo, è una forma di rinuncia a se stessi, di morte a se stessi. Dare il perdono, domandare il perdono, ricevere il perdono è veramente un’operazione difficile, faticosa, sempre incandescente per chi vi è coinvolto!

Dobbiamo allora porci la domanda con serietà: è possibile il perdono a noi uomini? Se il perdono significa non un’affermazione verbale, non un atto esteriore e pubblico ma un vero e proprio atteggiamento del cuore che vuole il bene di colui dal quale si è ricevuto del male, se vuole il bene e lo compie fino a dare all’altro tutte le possibilità di vita e di felicità che l’essere umano desidera, è possibile? È mai realizzabile questo perdono, questa rinuncia al debito dell’altro, questo condonare il debito fino al dono in profondità, fino al per-dono? È possibile la dimensione incondizionata e asimmetrica del perdonare «non sette volte, ma settanta volte sette» (cfr. Mt 18,21-22)?

E ancora: è possibile il perdono non solo nell’ambito personale, dell’intimo, ma anche nello spazio giuridico, politico ed economico? Non sono domande retoriche ma interrogativi ai quali oggi, nel nostro cammino di umanizzazione, vogliamo rispondere, consapevoli della fatica che ci attende personalmente, culturalmente, politicamente.

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Pubblicato su: Avvenire