Condonare i debiti

Già gli ateniesi conoscevano l’istituto dell’amnistia – dimenticanza, perdono – che aveva lo scopo di riconciliare le parti avversarie; noi oggi conosciamo il “condono” del debito contratto dai Paesi poveri, assistiamo ad alcuni abbozzi di “perdono reciproco” a livello politico e giudiziario, come in Sudafrica, siamo tuttavia lontani da un’affermazione del perdono inerente al concetto di giustizia, sia in ambito politico che in ambito giuridico. Il per-dono è sì un dono, ma frutto di un cammino, di un itinerario: a differenza del dono, non nasce in modo spontaneo e in risposta all’estasi del proprio intimo, non risponde al bisogno di relazione e di amore che ci abita, ma a un certo momento sopraggiunge come un soffio che ci trascende. Eppure non c’è dono che possa escludere il perdono, perché la gratuità, la grazia deve inglobare in sé il per-donare. Alla domanda se è possibile il perdono possiamo solo rispondere che è stato possibile perché la storia ce lo testimonia. Sono esistiti uomini e donne che hanno perdonato: hanno perdonato ad Auschwitz, hanno perdonato nei gulag, hanno perdonato uscendo dalle carceri dell’apartheid, hanno perdonato nel conflitto tra Israele e Palestina, hanno perdonato in tante vite dimesse e anonime, al seguito di Gesù che ha perdonato ai suoi persecutori, ma anche mossi dalla loro coscienza di essere umani esercitati dell’amore dei fratelli.

Per-donare è una vera conversione da attuarsi in se stessi. E va detto con chiarezza: il perdono non nasce dalla conversione di colui che ha offeso, ma nasce dalla conversione di chi ha ricevuto l’offesa. È la vittima che deve convertirsi: questa la portata scandalosa del perdono! Si tratta di rinunciare a vendicarsi, di rinunciare a rivalersi contro chi ha commesso il male; si tratta di non stare lontano dalla persona che ha compiuto il male, di non escluderla dalla propria presenza; si tratta di intraprendere un cammino di prossimità, fino a fare il dono della propria presenza benevola e conciliante a chi ha operato il male. Occorre tempo e fatica per il dono del perdono! Certo, questo non significa dimenticare, anzi: più si perdona e più si ricorda, ma in un’operazione di memoria che non è mortifera né per chi ricorda né per chi è ricordato come malfattore. Perdonando, si guardano le ferite, le stigmate sofferte che restano incancellabili, ma le si considera cariche di senso, capace di esercitare all’amore. E il perdono dato è il sigillo di questa dinamica. Così l’altro torna nel nostro orizzonte, non è negato bensì affermato come vivente verso il quale c’è la responsabilità di una fraternità rinnovata. Solo così il perdono è responsabile e può generare gioia... Sì, c’è più gioia nel perdonare che nel vendicarsi, c’è più giustizia nel perdono che nell’esecuzione di una legge punitiva!

ENZO BIANCHI 

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Pubblicato su: Avvenire