Profeta in patria


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La Stampa, 19 agosto 2002

L’ultimo saluto del papa anziano e malato alla sua terra natale? Un commiato a una Polonia tanto amata ma ormai “distratta” nei confronti di chi tanto ha significato per lei con l’appoggio dato a suo tempo ai movimenti di contestazione di un sistema politico che non era riuscito a trasmettere al popolo polacco quella giustizia e quella libertà tanto sbandierate? Molti si aspettavano solo questo. Ma Giovanni Paolo II, che ha tenacemente voluto questo viaggio, nonostante le condizioni di salute e le pressioni di quanti lo sconsigliavano, ha voluto destare nel cuore del suo popolo non solo nostalgici ricordi. E i suoi concittadini l’hanno capito, accorrendo in massa attorno a lui per ascoltare ancora una volta parole esigenti, ma di profonda consolazione.

Sì, il papa è tornato nella sua città, ha voluto rivedere i luoghi dell’infanzia e della giovinezza e dal suo volto è parso di intuire il canto di ringraziamento, ilMagnificatintonato dal profondo del cuore. L’umiltà ricevuta come dono assieme alla vita, l’umiltà acquisita negli anni dal credente che sa di non essere meritevole di nulla porta il papa a cantare con i salmi: “È il Signore che per me ha compiuto meraviglie… a molti appaio un prodigio, ma è stato il Signore la mia forza…”. Sì, la forza di Giovanni Paolo II è la forza ostinata di chi sa da dove gli proviene, di chi è consapevole di aver messo la propria fiducia in Dio.

E con questa forza Giovanni Paolo II ha voluto ribadire ancora una volta il suo messaggio di sempre. Tre volte si era recato in Polonia durante il regime comunista e aveva osato alzare con forza la voce a favore della libertà, per gli uomini e per la chiesa. Poi il materialismo ha cambiato segno e motore, ma per il papa è rimasto sempre il nemico dell’uomo e quindi della predicazione cristiana. Così anche oggi Giovanni Paolo II denuncia “il sistema che pretende di governare il mondo” e la “rumorosa propaganda del liberalismo”: parole come pietre, perché tutti conoscono bene questo sistema in cui cresce l’impoverimento di interi popoli e il numero dei poveri, in cui l’ingiustizia è sempre più leggibile come effetto anche di un furto planetario. Il papa rinnova la denuncia dei rischi dell’affermazione globale e unica del capitalismo occidentale, perché sa che quanti sono ormai abituati alle ricchezze e al proprio benessere non sono più disposti a fare i sacrifici necessari per il bene comune e la giustizia collettiva, ma paiono più propensi a ridurre il numero dei commensali alla tavola dell’umanità. E Giovanni Paolo II sa che in Polonia forse più che altrove si misura la fine di un sogno, il riemergere di una “visuale materialista” dalle macerie di una “liberazione acquisita” rispetto alla società comunista.

È così che Woytila – curvo ma non piegato, vecchio ma indomito pastore – rivolge ai suoi connazionali polacchi un messaggio destinato anche a noi: un monito severo per un futuro che non si delinea certo luminoso né per la pace, né per la giustizia. Forse anche per questo, di fronte a un mondo in cui ancora prevale “l’odio e la sete di vendetta”, sente di dover riaffermare l’annuncio del perdono e della misericordia come via alla pace e alla giustizia.

Enzo Bianchi