C’è una strategia e serve alla storia


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Avvenire, 18 gennaio 2002

Si apre oggi, ancora una volta, la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, una settimana vissuta con perseveranza dall’ora del Concilio, a volte in un clima di speranza, altre volte nella sofferenza dovuta a regressioni o contraddizioni al cammino ecumenico intrapreso. Soprattutto negli ultimi anni vi è stato chi ha visto una situazione ecumenica stanca, a volte addirittura ferita da gesti e atteggiamenti di alcune autorità delle diverse chiese che sembravano negare quell’anelito alla comunione che tutti i cristiani confessano innanzi tutto come desiderio e volontà di Gesù Cristo stesso che pregò il Padre nell’ora della gloriosa passione affinché i credenti in lui fossero uno e il mondo potesse credere che essi sono davvero discepoli del Signore e che Dio li abilita nella loro missione con il segno della comunione.

Sì, veniamo da un decennio di travaglio nei rapporti tra le chiese e tuttavia ci sono segni di speranza che non sono mai venuti a mancare. È vero che il patriarca di Mosca continua a non ritenere maturi i tempi per un incontro fruttuoso con il papa, è vero che il patriarca della chiesa georgiana ha incontrato il papa solo come capo di stato in visita al paese e non ha condiviso con il suo confratello vescovo di Roma alcuna preghiera, ma è anche vero che una certa diffidenza della chiesa greca è stata superata, che con la chiesa armena si è mostrata la possibilità di un incontro leale e pieno in vista della comunione e che con le chiese della Riforma, dopo la dichiarazione comune sulla giustificazione, è cresciuta la speranza di un cammino convergente. Va riconosciuto chiaramente: ormai i cristiani appartenenti a una confessione non considerano più gli altri cristiani come pagani o come nemici, ma cercano di vedere in essi fratelli e sorelle, mentre le chiese cominciano a riconoscere che ognuna ha bisogno delle altre, che ci sono ricchezze da condividere, che occorre cominciare a praticare l’accoglienza reciproca e lo scambio dei doni.

In questi giorni, poi, l’adesione all’invito di Giovanni Paolo II di convenire ad Assisi per una preghiera per la pace è davvero significativa: praticamente tutte le chiese hanno accettato di essere presenti tramite le massime autorità o delegazioni fortemente rappresentative. Sarà la prima volta che assieme al papa ci saranno patriarchi delle chiese ortodosse e orientali e metropoliti di tutte le chiese. Un disgelo, dunque? È presto per dirlo e forse non è neppure possibile operare un discernimento pieno. Certo è che la gratuità dei gesti ecumenici di Giovanni Paolo II, che non richiede né attende reciprocità, la confessione delle colpe dei cristiani unita alla richiesta a Dio del perdono, si dimostrano a lungo termine efficaci: il papa crede in questa efficacia perché sa che ciò che è evangelico vince ogni resistenza che viene dal Maligno, ogni opposizione alla carità e alla comunione.

Il cammino verso l’unità, bisogna riconoscerlo, è ancora lungo, ma le linee di demarcazione, pur senza scomparire, si sono assottigliate e dietro ad aspetti di politica ecclesiale si vedono profili evangelici sempre più marcati che si affidano più alla santità degli uomini che alle tattiche e ai confronti.

L’ecumenismo è irreversibile per la chiesa cattolica, come sottolinea sovente Giovanni Paolo II, ma questo ecumenismo va anche vissuto al cuore del dialogo interreligioso. Non è un caso che il papa abbia scelto il 24 gennaio, il penultimo giorno della settimana per l’unità, come data per l’incontro di tutti i credenti delle diverse religioni davanti a Dio, incontro che vuole essere invocazione, epiclesi di pace. Sono i cristiani uniti per quanto è possibile oggi, uniti almeno nella carità e nell’annuncio del Vangelo, che insieme vogliono dire alle altre religioni che la loro volontà è pace, dialogo, azione comune di giustizia e liberazione a favore di tutti gli uomini. La chiesa, nella sua intelligenza del mistero della salvezza che proclama un Dio che vuole che tutti gli uomini siano salvati, pregherà per la pace, unendo in una sola voce le voci di tutte le chiese cristiane, e simultaneamente gli altri credenti non cristiani eleveranno a Dio il loro grido per la pace e ci impegneranno a fare sì che “mai più ci sia guerra in nome di Dio, mai più ci siano violenze in nome della religione”.

I cristiani prestino attenzione ai gesti che si celebrano in questa settimana nelle diverse chiese locali e in particolare a quelli che si celebreranno ad Assisi il 24: nessun sincretismo, nessuna confusione, nessuna perdita dell’identità cristiana. I cristiani pregheranno insieme, unendo la loro preghiera a quella di Cristo per chiedere a Dio il dono dell’unità della fede e della comunione della chiesa; insieme chiederanno il dono della pace, dono contraddetto e ferito soprattutto dai tragici eventi dell’11 settembre, dalla guerra che ne è seguita in Afghanistan e che si profila come incombente in altri paesi, dalla spirale di violenza innescatasi tra Israele e Palestina. Faranno questo simultaneamenteagli altri credenti perché Dio ascolta tutti quelli che si rivolgono a lui con cuore sincero, anche se non lo conoscono pienamente ma lo cercano come a tentoni.

Questo duplice movimento dei cristiani – unirsi tra fratelli in Cristo per la preghiera e, così riuniti insieme, farsi compagni di cammino dei credenti di altre religioni nella ricerca orante di una pace che il mondo tanto attende – è evento schiettamente evangelico, conforme alla preghiera del Signore Gesù: che i suoi discepoli “siano una cosa sola, perché il mondo creda”.

Enzo Bianchi