Fratello, ti amo perché sei mio nemico


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La Stampa, 27 settembre 2002

Secondo la Bibbia, il primo omicidio è avvenuto nei pressi di un altare, dopo un sacrificio offerto a Dio, e si trattava di un fratricidio. Ed è innegabile che nella storia il monoteismo sia a più riprese divenuto motivo di violenze e guerre. Soprattutto quando il “monoteismo” singolare è stato declinato al plurale come “monoteismi”, indicando con ciò le tre grandi religioni ebraica, cristiana e islamica. Non si può nemmeno tacere che nella storia cristiana è avvenuta la demonizzazione dell’altro: il pagano, l’eretico, l’ebreo, il musulmano, sono alcuni dei visi storici in cui il cristianesimo ha incarnato il Nemico, l’Anticristo. E questo, com’è particolarmente evidente nel caso degli eretici, è spesso avvenuto attraverso un processo di esasperazione di un’alterità parziale in alterità assoluta, facendone un’entità assolutamente negativa da doversi annientare. In un tempo in cui il cristianesimo sembra trovare un assetto minoritario nelle società occidentali, forse è più realizzabile il compito di rompere con identificazioni nazionali, sempre fomentatrici di violenza.

Il cristianesimo dovrebbe riscoprire la categoria della xeniteía, della “stranierità”, essenziale alla rivelazione cristiana, ma forse lucidamente compresa nella sua valenza comunionale e conviviale da un grande scrittore ebreo. Edmond Jabès scrive: “Tu sei lo straniero. E io? / Io sono, per te, lo straniero. E tu? / La stella, sempre, sarà separata dalla stella; / perché ciò che le ravvicina è solo la loro volontà di brillare insieme”; e ancora: “Lo straniero ti permette di essere te stesso, facendo di te uno straniero”. L’indole escatologica del cristianesimo rende i cristiani stranieri e pellegrini ed è proprio questa condizione di stranierità che può costituire la base di partenza per un riconoscimento dell’altro e un incontro con lui. È così che si può evitare ogni rischio di fare dell’altro un nemico, cosa che l’evangelo interdice al cristiano, mentre gli chiede di amare colui che si fa suo nemico. Ed è solo così che l’altro può arrivare a essere colto come fratello, cioè solo dopo aver riconosciuto e assunto tutte le sue radicali differenze di lingua, etnia, colore della pelle, religione, etica … Questa radicale differenza, che potrebbe essere a fondamento del nascere di un’inimicizia, può divenire la base dell’autentica fratellanza attraverso il far avvenire in sé la differenza dell’altro. Da hostis, “nemico”, l’altro è chiamato a divenirehospes, “ospite”. L’esperienza di Abramo e della sua ospitalità ai tre stranieri alle querce di Mamre è significativa per tutti e tre i monoteismi e li chiama a far propri il rispetto, l’accoglienza e l’ospitalità dello straniero. E, come Abramo, anch’essi potranno fare l’esperienza della visita divina proprio nell’accoglienza dello straniero.

In ogni caso, ogni religione dovrebbe sempre saper guardare all’altro uomo e soprattutto all’uomo sofferente e nel dolore: il dolore è di tale estensione universale che nessuna cultura e nessuna religione può pretendere di detenerne il segreto. La sofferenza dell’altro uomo è appello alla responsabilità e alla solidarietà e memoria della fratellanza.

Ma ogni incontro esige preliminarmente la conoscenza, e questa esige la volontà positiva di dare del tempo all’altro, di ascoltarlo e di condividere con lui ciò che si ha di più prezioso. L’incontro dei monoteismi richiede che si sappia ascoltare le “storie sacre” gli uni degli altri, non solo nel senso di ascoltare le Scritture che essi considerano sacre, ma anche di ascoltare i racconti delle esperienze e delle tradizioni spirituali degli altri. E questo implica il riconoscimento dell’intervento divino nelle religioni degli altri. In particolare, da parte cristiana, della “storia santa che avviene nella Casa dell’Islam”, per usare un’espressione di un testimone tuttora vivente come Henry Teissier, arcivescovo di Algeri. Del resto, come non riconoscere, con Georges Khodr’ – vescovo di una chiesa arabo-cristiana – “la provvidenzialità misteriosa che va dal padre dei credenti fino al profeta arabo”? Tutti e tre i monoteismi, con le loro Scritture sacre, sono echi della parola di Dio che si differenzia e di cui nessuno può proclamarsi unico detentore. Del resto è proprio l’unicità di Dio che fonda l’insondabile ricchezza e profondità della sua parola rivelata agli uomini.

Riprendendo il cammino del comune antenato, Abramo, le tre religioni monoteiste hanno il compito di obbedire sempre e di nuovo al comando divino: “Esci dalla tua terra e va’ verso un luogo che io ti indicherò”. Si tratta di uscire da sé, di andare incontro all’Altro, di dare all’altro il proprio tempo per ascoltarlo e giungere a conoscerlo, di rispettare i tempi dell’altro, e questo correndo il rischio di essere alterato dalla sua alterità. Il dialogo, come ogni comunicazione, è un rischio. E un dialogo serio e condotto in verità non lascia immutati, ma trasforma. Questo rischio del dialogo, della rinuncia alla propria autosufficienza, all’isolamento superbo e miope, deve essere corso da chi oggi vuole costruire un mondo più conviviale, più pacifico, più fraterno, e vuole andare più a fondo dell’esperienza spirituale. Un’antica massima buddista, anteriore al sorgere dei tre monoteismi, dice: “Si dovrebbe sempre onorare la religione degli altri. Così facendo, si aiuta la propria religione a crescere e si rende un servizio a quella degli altri”. In questo cammino certamente ogni monoteismo deve custodire la verità della propria esperienza e dunque la propria identità, la propria specificità. Secondo il cristiano Louis Massignon, antesignano del dialogo tra le tre grandi religioni, “se Israele è radicato nella speranza e il cristianesimo votato alla carità, l’Islam è centrato sulla fede”. Questa suggestione è forse troppo debitrice dello schema cristiano delle tre virtù teologali: si potrebbe far spazio alla Torah come centro dell’esperienza spirituale ebraica, e specificare che la carità su cui il cristianesimo è centrato è Cristo stesso. Certo l’Islam trova il suo centro proprio sul piano della fede e della dottrina e dunque della sottomissione a Dio. E tuttavia, quali che siano le divergenze anche radicali fra i tre monoteismi, è l’unico Dio, attesta uno splendido passaggio della Sura V del Corano (la “Sura della mensa”), che li ha voluti nelle loro diversità e che si incaricherà di spiegarne il perché nell’ultimo giorno. “Se Dio avesse voluto, avrebbe fatto di voi una comunità unica. Ma Egli ha voluto provarvi con il dono che vi ha fatto. Cercate dunque di superarvi gli uni gli altri nelle opere buone, perché tutti tornerete a Dio, e allora Egli vi illuminerà circa quelle cose per le quali ora siete divisi e in discordia” (CoranoV,48).

Enzo Bianchi