Le dimissioni impossibili sono diventate un romanzo


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La Stampa, 1º luglio 2002

Sapientemente, sia l’Osservatore Romanoche Avvenirefanno silenzio e ignorano quella che sembrava l’anticipazione di un discorso del papa nella festa dei santi Pietro e Paolo, i fondatori della chiesa di Roma. E questo, non per tacere qualcosa, ma perché nell’omelia del papa – nonostante il gran battage massmediatico e gli sforzi convergenti di quanti paventano di non cavalcare uno scoop– non ci sono né dichiarazioni, né allusioni sul suo rimanere nell’esercizio del ministero papale o su eventuali dimissioni, peraltro previste dal Codice di diritto canonico (can. 332), promulgato proprio da Giovanni Paolo II nel 1983, e dalle norme fissate, sempre dal papa, nel 1996 per regolare lo svolgimento dell’elezione di un nuovo pontefice.

Che tristezza questo brusio di affermazioni contrastanti attorno al papa, quasi si volesse suggerirgli una scelta! In realtà, il papa è pienamente libero di scegliere e di restare, anche se certamente le dimissioni di un papa non solo costituirebbero un novumassoluto, ma aprirebbero molti problemi. Potremmo prevedere il paesaggio conseguente: nonostante il silenzio che il papa manterrebbe sicuramente una volta dimessosi, quelli che già oggi vogliono interferire nelle sue scelte e fare pressioni su di lui “nel suo ufficio”, si scatenerebbero e sarebbero capaci persino di aprire vie scismatiche perché a loro non importa la chiesa una, ma solo la propria ipotesi.

Secondo la grande tradizione della chiesa d’oriente e d’occidente, nessun papa, nessun patriarca, nessun vescovo dovrebbe dimettersi solo a causa del raggiungimento di un limite di età. È vero che da una trentina d’anni nella chiesa cattolica vi è una norma che invita i vescovi a offrire le proprie dimissioni al pontefice al compimento dei settantacinque anni, ed è vero che tutti i vescovi accolgono nell’obbedienza questo invito e le presentano, ed è vero anche che normalmente vengono esauditi e le dimissioni accolte. Ma questa resta una norma e una prassi recente, fissata da Paolo VI e confermata da Giovanni Paolo II: nulla esclude che in futuro possa essere rivista, dopo aver pesato vantaggi e problemi che essa ha prodotto in questi decenni di applicazione.

Va ricordato innanzitutto che la paternità episcopale non si perde per raggiunti limiti di età e sarebbe importante che anche una chiesa locale imparasse a vivere la morte del suo pastore, una volta terminata la corsa: “ad commoriendum et ad convivendum”, dice l’apostolo Paolo, “per morire insieme e vivere insieme”. Sono parole poste come pietre angolari per ogni comunità cristiana!. Inoltre, Giovanni Paolo II ha dichiarato in passato più volte che, fin quando il Signore vorrà, egli continuerà il suo servizio di comunione nella chiesa e tra le chiese. E il cardinal Ratzinger – che indubbiamente ha con Giovanni Paolo II una familiarità, una frequentazione e una consonanza maggiori di quelle di cui godono quanti si autopresentano come depositari dei suoi segreti – ha affermato che “se il papa dovesse vedere che non ce la fa più, allora sicuramente si dimetterebbe”. “Se non ce la farà più” significa se vede che è veramente e totalmente impedito dalla salute a esercitare il ministero, se non è più in grado di governare la chiesa, se non riesce più a comunicare con i fedeli, nemmeno per lettera (si pensi, per esempio, a quanti vescovi e patriarchi nei primi secoli sono rimasti pastori del loro gregge anche se in esilio o in prigione, fisicamente impediti a qualsiasi rapporto diretto con la loro chiesa); ma fin quando la sua mente resterà lucida e vigilante – come danno prova i suoi incontri con i fedeli – il papa resterà.

E questo dovrebbe valere per ogni vescovo, perché i vescovi sono definiti dal concilio “vicari di Cristo”: “vicari” perché ne fanno le veci, ne tengono il posto nelle loro chiese e comunità. Del resto è la stessa terminologia che laregola di Benedettousa per l’abate di ogni comunità monastica. Da più parti nella chiesa si chiede che l’attuale norma sull’invito alle dimissioni del vescovo raggiunti i settantacinque anni di età sia modificata per riaffermare la natura eminentemente spirituale del ministero episcopale. Le ipotesi alternative praticabili sono molte e la chiesa nella storia ha sempre trovato soluzioni adeguate per fronteggiare i ben più rari casi in cui un grave, permanente e totale impedimento di salute comprometterebbe la vita stessa della comunità ecclesiale: si potrebbe prevedere, per esempio, accanto a un vescovo vecchio e di salute malferma, un altro vescovo coadiutore con diritto di successione, salvo naturalmente che il vescovo anziano non preferisca lui stesso dimissionare. Non si rischierebbe così di svilire il pur faticoso lavoro di compaginare la chiesa nell’unità guidandola sulle tracce dell’unico Pastore – lavoro che ha come strumenti privilegiati la sapienza del cuore e la docilità allo Spirito, non certo la prestanza fisica – confondendolo con l’efficientismo di un manager. Si pensi che oggi in Italia ci sono oltre cento vescovi “emeriti”, molti dei quali ancora in buona salute e tranquillamente in grado di svolgere il ministero episcopale. Certo, costoro continuano a servire la chiesa con un ministero di predicazione e di paternità spirituale, ma molti di loro si sentono mortificati in una logica di “pensionati a riposo” che non è cristiana. Sì, c’è il rischio che il ministero sia percepito come una funzione e il “presbitero” – termine che all’origine significa appunto “anziano”, per sottolineare doni e ricchezze per la comunità che non dipendono dal vigore giovanile – come un funzionario: questo non sarebbe conforme né alla grande tradizione della chiesa né allo spirito evangelico.

Nella nostra società odierna, in cui i vecchi e gli anziani – tranne quelli che occupano posti di potere economico o politico – sono sempre più emarginati dalla vita nonostante la grande sapienza acquisita, il lasciare i vescovi nel loro ministero fino alla morte sarebbe anche un messaggio profetico per la società umana e per la sua cultura.

E sarebbe segno forte per tutti i credenti: ricorderebbe loro che la vita cristiana è un cammino dal battesimo alla morte, che ne è al contempo sigillo e apertura su un futuro senza più fine: un cristiano non può pensare alla sua vita se non in termini di un dono ricevuto e offerto in sacrificio a Dio, un dono che gli permette di cogliere la morte come “atto” da assumere e non come evento ineluttabile da subire. E la vocazione cristiana – qualunque specificità ministeriale assuma – impegna non fino a una certa età ma fino alla morte, fino a poter celebrare anche nel corpo la professione di fede: “amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta l’anima e con tutte le tue forze”, fino all’ultimo battito del cuore, fino all’esaurimento delle forze, fino a dare l’anima per lui.

Enzo Bianchi