Il silenzio parlerà

Avvenire, 24 febbraio 2002

La tradizione spirituale cristiana ha sempre letto il tempo della quaresima attraverso la metafora del deserto: è un tempo “altro” perché contrassegnato dalla prassi dello “stare in disparte”, della solitudine e del silenzio, in vista soprattutto dell’ascolto del Signore e del discernimento della sua volontà. Questo far tacere parole e presenze attorno a sé ha la funzione di disciplinare il rapporto tra la Parola di Dio e le parole: il silenzio diventa occasione e strumento per dare priorità alla Parola, per conferirle una centralità rispetto all’intera giornata in modo che sia veramente ascoltata, accolta, meditata, custodita e, quindi, realizzata con intelligenza. Vano si rivela l’ascolto della Parola se non è accompagnato da quel silenzio che fa tacere le altre voci e sa subordinarle alla Parola.

Il silenzio, inoltre, è necessario per far nascere una parola umana autorevole, comunicativa, penetrante, ricca di sapienza e di capacità di comunione: quante volte, invece, ci pare di ascoltare parole “vane” perché non originate dal silenzio, parole vuote di senso che altro non sono che rumore, affiorare vociante dei peggiori sentimenti che ci abitano. “La bocca – ci dice il Vangelo – parla dalla pienezza del cuore” e solo il silenzio interiore può far tacere pensieri, immagini, giudizi, mormorazioni, malvagità che nascono nel cuore umano (cf. Mc 7,21). Così, secondo san Basilio, solo “l’uomo capace di silenzio è fonte di grazia per chi ascolta e sa donare agli altri parole di pace e di consolazione”.

La spiritualità cristiana ha sempre prestato molta attenzione al silenzio, esperienza vissuta soprattutto dai monaci che sono giunti perfino a progettare e realizzare una architettura del silenzio: non è un caso che i monasteri abbiano attratto sempre uomini e donne di ogni condizione offrono loro come dono primario spazi di silenzio in vista di una comunicazione autentica con Dio e con gli altri, di una libertà spirituale affinata.

Ma oggi è diventato così difficile volere il silenzio, crearlo, viverlo... Il silenzio è il grande assente dalla nostra società, dalle nostre città, dalle nostre case, dai nostri corpi, insomma, dalla nostra vita. La modernità ha significato anche trionfo del rumore, ci ha imposto una perdurante condizione di non silenzio, di non pausa a tutti i livelli e in ogni circostanza della nostra esistenza. Gli effetti di questa dominante del rumore assordante si riflettono sulle persone, sempre meno capaci di “vivere consapevolmente il tempo”, sempre meno disposte ad acquisire una vita interiore profonda e ad esercitare la comunicazione attraverso tutti i sensi, anche quelli spirituali. Si teme il silenzio come se fosse un abisso vuoto, da riempire a ogni costo con un rumore qualsiasi, mente in realtà è ciò che permette di ascoltare “bene” la vita.

Nel contempo si percepisce che il silenzio è anche un’esigenza antropologica e ci si comincia a interrogare sul senso di molti comportamenti assunti negli ultimi decenni: l’invasione dell’informazione, la sua rapidità di diffusione che soffoca la persona e le impedisce una ricezione e una riflessione duratura; lo strapotere efficace dei mass media che dettano idee e convinzioni prefabbricate, che suscitano bisogni e sanciscono il primato della finzione sulla realtà; l’uso così stoltamente diffuso della cosiddetta “musica di sottofondo” che abitua a un ascolto disattento e casuale... Perché non reagire a queste dominanti che alienano e imbarbariscono le nostre facoltà interiori, sempre meno capaci di comunicare con gli altri e di vivere con se stessi? Ormai viviamo più sovente “fuori” di noi stessi che interiormente. Perché non ci ribelliamo alla condizione di spettatori-ascoltatori forzati di conversazioni “cellulari” che rompono il silenzio e si impongono prepotentemente a tutti e ovunque, dai treni ai locali pubblici, dalle sale di riunione alle aule scolastiche, dai rifugi di montagna alle spiagge?

La quaresima può fornirci l’occasione per un “digiuno” dalle parole e dai suoni, per una ricerca e una pratica di tempi di silenzio durante il giorno e di vigilanza sulle parole affinché non siano mai violente né vane. Benedetto nella sua Regola invita il monaco durante la quaresima a restringere la propria loquacità nella libertà e nella gioia dello Spirito santo. Sì, ogni cristiano, per vivere una vita più buona, più bella, una vita contrassegnata dalla beatitudine deve esercitarsi a imparare il silenzio, a custodire il silenzio, altrimenti finirà per perdere il contatto con la propria realtà autentica: non si apparterrà più, non ascolterà più il proprio mondo interiore e non sarà più in grado di ascoltare Dio.

Se Dio, secondo i profeti, chiama la sua sposa al deserto per parlarle al cuore, è perché nel deserto regna il silenzio ed è possibile cogliere la presenza di Dio nella “voce di un silenzio sottile” (1Re19,12). Sì, si può e si deve ascoltare il silenzio della terra, dell’aria immobile, delle pietre, delle piante e dei corpi; allora si scopre in essi un linguaggio fatto non da suoni né da parole, eppure eloquente: un altro linguaggio, un’altra musica! E così in noi: Pietro, nella sua Prima lettera, ci ricorda che esiste in noi “un uomo nascosto nel cuore (1Pt 3,4): se questi viene misconosciuto, come potrebbe farsi sentire a lui il Dio nascosto? Sì, il silenzio che noi temiamo e rimuoviamo, come la morte, è in realtà esempio di ospitalità dell’altro in sé, è apertura all’ascolto: per un cristiano è accoglienza e ascolto di Dio e del fratello creato a sua immagine.

Enzo Bianchi