Fratelli in Abramo, nel segno dell’ospitalità


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Avvenire, 31 ottobre 2002

“Sono stato a Hebron il 13 gennaio scorso (1952). Ci tengo molto ad andare in quel luogo: c’è la tomba di Abramo, il patriarca dei credenti, ebrei, cristiani e musulmani; egli è anche l’eroe dell’ospitalità, del diritto d’asilo. Sono convinto che esiste una certa ‘curvatura’ del tempo e che la fine delle civiltà le riporterà alla loro origine e che questa ‘curvatura’ del tempo ne costituisce lo scopo. Penso che alcuni problemi dell’inizio dell’umanità siano gli stessi che si porranno alla fine, in particolare quello del carattere sacro del diritto d’asilo e quello del rispetto dello straniero”. Fa un certo effetto leggere queste parole di Louis Massignon mezzo secolo dopo, mentre si ricordano i quarant’anni dalla sua morte. Fa effetto leggerle, così come fa effetto ripercorrere la vita e il pensiero di questo cristiano appassionato dell’Oriente e dell’Islam, di questo studioso che – come osservano i curatori del volume di suoi scritti L’ospitalità di Abramoedito dalla Medusa e in libreria proprio in questi giorni – “ha avuto salva la vita e contemporaneamente ha ritrovato la fede a Baghdad nel 1908, grazie alle preghiere di alcuni pii musulmani, i quali, ripetendo il gesto di Abramo e fedeli alla parola data, si erano fatti garanti di lui accogliendolo come ospite”. Fanno effetto, dicevamo, perché tutto oggi sembra andare in direzione opposta nelle nostre società opulente: paura del diverso, diffidenza verso lo straniero, ostilità invece di ospitalità, esilio come condanna implicita a chi chiede asilo, espulsioni come facile soluzione alla difficile accoglienza...

Eppure, non è che nella prima metà del secolo scorso la situazione si presentasse più incoraggiante per chi fosse animato da sincera passione per la concordia tra le tre religioni monoteiste del Mediterraneo: lo sfaldarsi dell’impero ottomano, la colonizzazione e poi le prime avvisaglie delle lotte per l’indipendenza nel nord Africa, la nascita dello stato di Israele e il contestuale insorgere del problema dei profughi palestinesi erano piaghe dolorose che si aggiungevano alle tragedie più vaste causate dalle due guerre mondiali. In questo contesto ecco apparire l’ostinata, paziente opera di un uomo di dialogo che crede nell’ospitalità, nell’accoglienza dell’altro come dono che non solo scende dall’alto, dal Dio che tutti ci accoglie, ma che gli uomini si devono offrire reciprocamente, nel riconoscimento della fraternità come condizione umana. Fratel Abramo (il nome che Massignon volle assumere diventando terziario francescano) sentirà come rivolta a sé la chiamata indirizzata da Dio ad Abramo: “Esci!”. Esci dalla tua terra, dal tuo mondo culturale, dagli angusti orizzonti dell’Europa, dai binari troppo rigidi della riflessione teologica cattolica preconciliare; esci dalla presunzione che la verità la si possiede senza ricerca, senza accoglienza del dono, senza conoscenza dell’altro; esci dai luoghi comuni e dai pregiudizi verso i credenti delle altre religioni.

A questa chiamata fa seguito una risposta precisa, anch’essa mutuata dal cammino di fede del patriarca Abramo: “Eccomi!”. Eccomi per scandagliare il mistero del dono, per dialogare con l’altro, l’estraneo, il diverso; eccomi diventato io stesso straniero e dialogo, incompreso con gli incompresi, politico con i politici, mistico con i mistici; eccomi narratore affascinato e affascinante della passione del mistico musulmano Al-Hallaj; eccomi osservatore straziato ma non rassegnato davanti alle sofferenze che i figli di Abramo si sono inflitti reciprocamente nel corso dei secoli e che ancora oggi affliggono gli autentici operatori di pace. E ancora poco prima di morire, questo autentico “figlio di Abramo”, quest’uomo dal cuore universale vedrà non solo compiersi nel sangue la conquista dell’indipendenza dell’Algeria, ma assisterà al tramutarsi in guerra della lacerazione storica tra le tre religioni del Libro aventi Abramo per padre: Massignon non potrà contemplare, come ancora non riusciamo a vedere noi, quella “visione di pace” che il nome ebraico stesso di Gerusalemme indica, nonostante la “Santa” (secondo il nome arabo) fosse per lui oggetto di un affetto e di un desiderio intensissimo: “È là che bisogna andare ad ascoltare, sotto l’erompere di profanazioni che annunciano il Giudizio, l’appello del nostro comune Padre, che chiama tutti i cuori che hanno fame e sete di Giustizia al pellegrinaggio alla Città Santa; appello che è stato qui ripetuto, al ritorno da una tredicesima visita compiuta non senza un grande desiderio, ancora inesaudito, quello di morirvi”. Il desiderio inesaudito rimarrà tale: Massignon morirà il 31 ottobre 1962 in quella Parigi da cui era “uscito” sull’esempio di Abramo, ma ancora oggi la sua passione, la sua fedeltà alla Parola data ridanno speranza contro ogni messaggio brutale di morte e di odio che vorrebbe uccidere, assieme agli operatori di pace, anche la “visione” stessa della pace nella travagliata terra del Medio Oriente: “Preghiamo – è l’invito drammaticamente attualissimo di Massignon – perché le lacrime dei morti siano più forti delle grida di vendetta!”.

Enzo Bianchi