E se il venerdì rinunciassimo anche al pesce?


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Avvenire, 10 marzo 2002

Strettamente legata al digiuno è la pratica dell’“astinenza”, cioè della privazione di qualcosa. Oggi, di fronte alle parole “privazione”, “rinuncia”, anche i cristiani avvertono subito un sentimento di rivolta. Perché mai astenersi? Perché rinunciare? Al massimo, qualora vi acconsentano, i cristiani cercano risposte e motivazioni nell’ambito della carità e della solidarietà: rinuncia a vantaggio dei poveri, in vista di una maggiore e più equa condivisione dei beni. Ragioni assolutamente valide, ma non sufficienti a dare un fondamento esistenziale e spirituale all’astinenza. In verità ogni essere umano ha bisogno di atti di astensione, a volte radicale e perenne, altre volte parziale e temporanea, perché non si può fare esperienza di tutto, senza porsi dei limiti: il scegliere – quindi l’escludere qualcosa – e l’assumersi la responsabilità della scelta così come il riconoscere i propri limiti sono condizioni indispensabili per la maturazione umana, per il superamento della fase infantile e adolescenziale della propria vita. Diversamente si imboccano strade mortifere, cammini di dissoluzione e di violenza.

Nella tradizione ebraico-cristiana c’è sempre stata attenzione all’astinenza dal cibo, sotto forma di rinuncia ad alcuni alimenti, in particolare le carni: di ogni tipo in determinati periodi, oppure quelle di animali “impuri” o “sacrificati agli idoli” o ancora quelli uccisi senza versarne il sangue o cotti nel latte della madre: tutti rimandi al legame profondo tra carne e vita. Ancora oggi le chiese ortodosse conservano una legislazione molto precisa riguardo all’astinenza da alcuni alimenti e i fedeli vi si attengono con estrema serietà, mentre la chiesa cattolica propone l’astinenza dalla carne solo nei venerdì di quaresima, permettendo la sostituzione di questa pratica con altre opere nei venerdì del resto dell’anno. Resta però difficile da comprendere perché mai astenersi dalle carni e poter invece mangiare il pesce, che oggi è cibo più ricercato della carne, sovente ben più costoso e, per molti, ormai più consueto della carne stessa. A nostro avviso non c’è stata sufficiente riflessione nel rinnovare la legislazione sull’astinenza, con un risultato veramente penoso a livello di linguaggio espressivo e un’incidenza risibile nella vita interiore del singolo credente.

Eppure, secoli di tradizione spirituale cristiana avevano conservato queste pratiche dell’astinenza come un memoriale necessario: per vivere occorre sì mangiare, ma occorre anche cessare di mangiare e darsi un limite. Occorre cioè cessare di mangiare tutto e così non dimenticare che per poter mangiare carne occorre esercitare una violenza e uccidere l’animale. Infatti, l’alleanza stipulata da Dio con “ogni carne” è latrice di una dimensione antropologica che emerge nell’astinenza dalle carni: l’uomo deve porsi un limite nella violenza che porta a “mangiare” l’altro e così ricordarsi l’esigenza di essere “differente” nella relazione con l’altro. Sovente oggi denunciamo l’atteggiamento possessivo e aggressivo dell’uomo verso la natura, la terra, il creato, ma poi non siamo capaci di interrompere la nostra relazione di violenza e di uccisione verso gli animali, che pure sono co-creature con noi, coinquilini cui è affidato lo stesso spazio terrestre.

Ebrei o cristiani, non possiamo dimenticare che, nel piano creazionale, all’uomo è stato dato come cibo “tutto ciò che sulla terra produce erba, frutto, seme” (cf. Gen 1,29-30) e che nella storia umana il mangiare la carne degli animali è solo una concessione successiva (cf. Gen 9,1-3). Quindi non nutrirsi di animali (e non solo la cosiddetta “carne”, ma anche i pesci!) è possibile e farlo per determinati periodi di tempo – come chiedeva l’antica disciplina della chiesa – significa esercitarsi a rinunciare all’avidità aggressiva verso la “vita”, significa praticare un’astinenza che insegna a ripensare la vita come dono e la vita dell’animale come bene non disponibile in maniera illimitata in quanto vita che comunque appartiene a Dio e non all’uomo. Per i cristiani tutti i cibi sono “buoni” e nessuno è proibito come impuro: non c’è nessuna prescrizione a essere vegetariani; ma per il dominio di sé, per la disciplina delle proprie pulsioni e dei propri bisogni, per una più grande libertà intelligente e armoniosa con tutte le creature, l’astinenza dai cibi animali in alcuni giorni è possibile, necessaria e utile alla stessa vita spirituale. È bene non dimenticare che per essere cristiani, donne e uomini “eucaristici”, cioè che “mangiano la carne del Signore”, occorre saper discernere di cosa ci si nutre e mangiare con “rendimento di grazie” e non con un’aggressività che è violenza.

Ma Antico e Nuovo Testamento ci parlano anche di un’altra forma di astinenza temporanea: quella sessuale nello spazio della nuzialità. È un aspetto che un tempo la chiesa non trascurava di sottolineare. Ma oggi, quanti sono i giovani che sanno che uno dei precetti della chiesa prescrive di non celebrare le nozze nei tempi proibiti? Oggi ci si sposa tranquillamente e anche solennemente nel tempo quaresimale, ignorando il senso profondo che questa disposizione veicolava. Infatti gli atti sessuali vissuti da un uomo e una donna legati nell’alleanza matrimoniale, in una storia d’amore, sono santi e benedetti da Dio: l’unione sessuale, come ha ricordato anche Giovanni Paolo II, è “liturgia dei corpi” davanti a Dio e invocazione della sua benedizione che sempre è portatrice di vita in abbondanza. Non si pensi, quindi, che la chiesa abbia una visione cinica o angosciata della sessualità. Tuttavia, già l’Antico Testamento e poi l’apostolo Paolo (cf. 1 Cor 7,5) forniscono consigli per la pratica di un’astinenza sessuale temporanea. È un prendere le distanze da un’azione che potrebbe diventare banale, meccanica, scontata, non più rispondente a un desiderio ordinato, raffinato; è un imparare ad attendere che l’incontro avvenga come un’opera d’arte; è un donarsi nel rispetto del proprio e dell’altrui corpo; è un convergere insieme degli amanti verso una tensione che proclama il primato di Dio anche sull’amore umano, anzi, nell’amore umano. Astinenza sessuale “sinfonica”, assunta di comune accordo in vista del discernimento dei desideri, dell’assiduità con il Signore, della preghiera e del guardare insieme “all’amore di Dio che vale più della vita”!

Enzo Bianchi