Con quella faccia da straniero


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La Stampa, 8 febbraio 2003

Lo straniero, l’immigrato: ogni giorno parliamo e sentiamo parlare della sua presenza, del rapporto con lui. È questo un fenomeno di grande attualità, sovente presente nel dibattito politico, enfatizzato dalla cronaca mediatica, ma soprattutto è un fenomeno nuovo per il nostro paese, da secoli terra di emigrazione, inedito nelle sue proporzioni inaspettate, sorprendente nella sua accelerazione, problematico per la nostra società del benessere. Le reazioni che ha suscitato appaiono diversificate, a volte anche contrapposte, e tra di esse va registrato anche l’atteggiamento cristiano che pretende di essere individuato come un servizio all’uomo e alla polis.

I cristiani, infatti, sanno di poter essere “esperti” in stranierità e in accoglienza degli stranieri, perché durante la loro storia si sono addirittura chiamati e sentiti per lungo tempo “stranieri” e hanno sempre avuto al centro della loro etica l’accoglienza dello straniero, del pellegrino, del viandante, secondo l’identificazione annunciata dal loro Signore: “ero forestiero e mi avete ospitato” (Mt 25,35). Oggi, tuttavia, nemmeno i cristiani possono rifugiarsi in risposte prefabbricate a problemi che nel loro presentarsi concreto nella storia vanno affrontati con creatività e audacia e, al tempo stesso, con prudenza e saggezza: i cristiani devono quindi cercare ispirazione soprattutto nella bibbia, senza accontentarsi di soluzioni immediate e adatte a tutti gli usi.

C’è una tentazione, diffusa anche in certi ambienti del volontariato cattolico impegnati in prima fila sul difficile fronte dell’accoglienza degli stranieri, di pensare alla perfetta uguaglianza dell’altro, al criterio dell’accoglienza sempre e in ogni caso di tutti quelli che bussano alle nostre frontiere. Ora, siamo consapevoli di quello che la storia ci insegna, e cioè che quasi mai il pane va verso i poveri e quasi sempre i poveri vanno verso il pane, così come siamo sempre più coscienti della radicale uguaglianza di tutti gli esseri umani di fronte a Dio e dell’universalità dei loro diritti, ma questo non può tradursi automaticamente e acriticamente in un’accoglienza passiva e illimitata degli immigrati. Che senso ha accogliere qualcuno senza poter fornire loro casa, pane, vestito e soprattutto una soggettività e una dignità nella nostra società? Occorre riconoscere che esistono dei limiti nell’accoglienza: non i limiti dettati dall’egoismo di chi si asserraglia nel proprio benessere, ma i limiti imposti da una reale capacità di “fare spazio” agli altri, limiti oggettivi, magari dilatabili con un serio impegno e una precisa volontà, ma pur sempre limiti. Certo, i criteri per rifiutare qualcuno non devono essere ispirati da ragioni ideologiche, né tanto meno da una scelta degli immigrati in base ad appartenenze religiose e a una maggiore “somiglianza” con i cittadini che li accolgono (come purtroppo è stato propugnato anche da parte di alcuni cristiani): non dimentichino costoro l’antico e sempre valido ammonimento di sant’Ambrogio, il quale sosteneva che “scegliere gli ospiti è avvilire e svuotare l’ospitalità”…

Quali sono allora gli autentici atteggiamenti richiesti a un cristiano di fronte a questo problema? Innanzitutto cogliere e affermare la differenzadell’altro: l’altro non è uguale e la sua differenza deve essere rispettata e accolta come tale. Lo straniero, per colore della pelle e tratti somatici, per lingua e cultura, per religione, etica e costume è l’altro radicalmente altro da me: era lontano e ora mi è vicino, era sconosciuto e ora è davanti a me. Ed è qui che nasce la paura dell’altro, sentimento che non va né deriso né minimizzato, ma piuttosto esaminato seriamente: è importante affrontare e non rimuovere la paura, altrimenti si rischia o di negarla fino ad abdicare alla propria cultura e a colpevolizzarla, oppure di esorcizzare la paura assolutizzando la propria identità come esclusiva ed escludente. No, si tratta invece di assumere la paura dell’altro, di leggere le proprie pulsioni difensive e di intraprendere la strada dell’elaborazione dei nostri sentimenti e delle nostre emozioni attraverso la ragione e l’esperienza. È qui che lo straniero diventa un’occasione per cogliere due paure a confronto – la mia e la sua – e di intraprendere il cammino della conoscenza in vista dell’incontro. Di fronte allo straniero, infatti, la domanda “chi è l’altro?” si sdoppia subito nell’interrogativo “chi sono io?”: siamo così condotti alla consapevolezza che la stranierità è in noi e non fuori di noi. Lo straniero e la paura che egli suscita sono lo specchio di una stranierità che ci abita, come osserva acutamente Julia Kristeva, e questa esperienza della stranierità è fondamentale, perché la vita ha inizio con il riconoscimento di essere “stranieri”: il bambino, crescendo viene esposto all’incontro con l’altro e nella propria vita l’essere umano è sempre chiamato a uscire da grembi per incontrare nuove dimore.

A questo livello si innesta la consapevolezza del cristiano: egli sa, con una sapienza che gli è propria, che questa è l’esperienza della fede, l’esperienza di Abramo che ha dovuto uscire dalla sua terra, dalla sua patria, dalla sua casa per divenire straniero e pellegrino verso una terra che mai diventerà la sua. È qui che il cristiano riscopre che il suo Dio si è sempre rivelato nella bibbia e nella storia di salvezza come il “Dio di altri”: Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, di Gesù Cristo, di tutti i testimoni della prima e della nuova alleanza; è il Dio che altri gli hanno fatto conoscere, il Dio cui accede attraverso l’altro.

Accolta la paura, e con essa la possibilità di cogliere la radicale alterità dell’altro e la propria stranierità, il passo successivo è quello dell’ascolto. Atteggiamento arduo sempre, ma oggi in particolare, perché interculturale, ma ascolto che mi permette di cogliere l’altro per quello che è e si narra e non per quello che io credo che sia: ascoltare l’altro è dire sì alla sua esistenza e permettere che le nostre differenze si contaminino e perdano la loro assolutezza. Non si tratta solo di acquisire informazioni sullo straniero, ma di aprirsi al “racconto” che lo straniero in mille modi fa di se stesso e della propria storia: così l’altro non abiterà più tra di noi ma in noi.

Questo ascolto necessita una rinuncia ai pregiudizi: essi, come un rumore di fondo, ci frastornano e ci sottraggono alla fatica di pensare e di conoscere realmente l’altro per accoglierlo. Siamo tutti plasmati da stereotipi generalizzanti, da preconcetti e pregiudizi che diventano radici di intolleranza e di violenza perché negano l’alterità dell’altro e lo misconoscono. Siamo affetti dalla sindrome di Cristoforo Colombo: quando incontriamo degli stranieri non cerchiamo di imparare la loro lingua, di decodificare il loro linguaggio, non ci disponiamo ad ascoltarli, ma insegniamo loro a parlare la nostra lingua. Dovremmo invece sospendere il giudizio e lasciare che l’altro si autodefinisca attraverso il linguaggio che gli è proprio, dovremmo imparare la stupenda arte dell’ascolto, dell’accettazione della diversità, dovremmo esercitarci nel differenza per sostenerla con tutta la sua complessità.

Dall’ascolto senza pregiudizi nasce lo sguardo sgombro da diffidenza e capace di simpatia verso lo straniero e verso quei caratteri che lo straniero reca con sé: la radicale alterità di cui è portatore diventa una realtà osservata in modo partecipe, con volontà di comprensione, e la pretesa di verità dello straniero ha la stessa legittimità della nostra. Attenzione, però: comprendere non significa accettare tutto. Occorre l’esercizio di uno sguardo che non si nutra né di cinismo né di indifferenza né di egocentrismo, ma che sia capace di dialogo in cui si scambino parole, si doni del tempo all’altro, si faccia esperienza di sé e dell’altro in una logica di gratuito scambio di doni.

La comunicazione diventa allora cammino di conversione, cioè di mutamento di mentalità: ne derivano cambiamenti salutari che chi è saldo nella propria identità non deve temere. Secondo l’insegnamento biblico, all’origine della violenza omicida che porta Caino a uccidere Abele sta il mancato dialogo e, dietro ad esso, il rifiuto dell’altro e delle sue differenze culturali, religiose e sociali. Si può allora capire meglio perché il cristianesimo dedichi tanta attenzione alla stranierità e agli stranieri e perché Cristo stesso abbia voluto identificarsi con la straniero: nell’evento dell’accoglienza dello straniero può avvenire l’incontro con Cristo perché si declina l’universalismo evangelico come universale bisogno dell’altro, come discernimento del volto di Dio che abita in ogni uomo. La fede ebraico-cristiana nasce dall’accoglienza che un giorno Abramo riservò a tre stranieri sopraggiunti alle querce di Mamre – un’accoglienza che in realtà riservò inconsapevolmente a Dio stesso – e si consuma in pienezza nell’ultimo giudizio, dove il giudice supremo misurerà ciascuno con il metro dell’accoglienza: “ero forestiero e mi avete ospitato”.

Enzo Bianchi