Il Pontefice che si è fatto uomo

 

Ma anche i suoi gesti di successore di Pietro, sempre identificato nel vescovo di Roma, ci dicono qualcosa e preannunciano le forme del suo servizio di comunione. Quel suo scendere dal trono per andare all’ambone a tenere l’omelia, quel suo vestirsi liturgicamente nella forma della nobile semplicità, quel suo presiedere l’eucaristia senza lasciar posto a modi “personali” ma obbedendo alla liturgia della chiesa, quel suo raccomandare “misericordia, misericordia, misericordia” ai confessori di Santa Maria Maggiore dicono la sua volontà di fare il papa da “servo dei servi di Dio”, nella semplicità e nell’umiltà, mostrando nel presiedere la medicina della misericordia piuttosto che l’intransigenza e la severità.

E i suoi tre interventi sono già una traccia precisa del suo magistero: innanzitutto, come in un adagio ricorrente, si definisce e continua a dirsi “vescovo di Roma”, titolo non solo teologicamente essenziale, ma anche ecumenico: il vescovo di Roma è un vescovo, vicario di Cristo come lo sono tutti i vescovi, non un supervescovo, ed è papa della chiesa cattolica in quanto vescovo della chiesa di Roma che presiede nella carità. E quando afferma questa sua qualità, papa Francesco si affretta a decentrarsi rispetto a “Cristo che è il centro, il riferimento fondamentale, il cuore della chiesa, senza il quale Pietro e la chiesa non esisterebbero”.

Nell’incontro di ieri con i giornalisti ha spiegato perché ha voluto chiamarsi Francesco, “l’uomo della povertà, l’uomo della pace, l’uomo che ama e custodisce il creato ... l’uomo povero” e ha esclamato: “come vorrei una chiesa povera e per i poveri!”. La chiesa è sempre stata per i poveri, ma a volte ha confidato nella ricchezza, è stata tentata di confidare nei mezzi e nei privilegi legittimamente acquisiti e riconosciuti dai poteri politici ed economici, poteri sempre mondani. Ma papa Francesco fa risuonare l’idea profetica di p. Yves Congar - “La chiesa dev’essere povera e serva” - così presente nei testi del concilio Vaticano II! Una chiesa povera, una chiesa che è innanzitutto “popolo di Dio”, una chiesa che dialoga con gli uomini senza mondanizzarsi, sempre mantenendo la differenza cristiana.

Pubblicato su: La Stampa